Monthly Archives: November 2012

era gennaio

Mi avrebbe salvato il cavaliere errante, perché tutti lo chiamavano così in Ortigia. E’ un poeta, l’ebreo. Lo vedevo ogni tanto, scriveva su carta di papiro, versi in dialetto di solito, i beceri lo seguivano. Dario il tossico, la povera compagna. Mi avrebbe salvato lui. Per il resto era una commemorazione continua, il resto, quel che finiva nei miei pezzi, erano requiem.

Un giorno la donna disse (scrivevo nel pezzo da spedire in redazione), dunque un giorno la donna disse:”Ho un marito alcolizzato, suora, mi ha tradito, mi dia una mano, suora”. Sopra la rocca, a sud della città, c’è una piccola chiesa dove è affisso un quadro accanto all’altare in cui il Figlio dell’Uomo si mostra sospeso sulle acque, il Sacro Cuore è trafitto e sanguinante e invita al perdono.

Suora, è una prova questa?

I giorni erano freddi, le feste erano andate. Era gennaio. La casa era chiusa, lei possedeva le chiavi, ancora; ricordava a memoria i punti a croce sulle tendine del bagno che aveva provato a lavare senza candeggio, e invece doveva andare via, soltanto l’indomani. Una bottiglia di acqua minerale abbandonata sul tavolo della cucina, la cucina era nuova, da pagare a rate. Sull’asse da stiro giaceva l’ultimo bucato. Chiuse virgolette.

(continua)

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l’ora del deserto

Tornando agli anni in cui curavo la rubrica per il mio giornale: cominciavo a realizzare che la stessa avrebbe rivelato oltremodo le preoccupazioni, le paure, le ossessioni più innominabili, che ovvio mi appartenevano ancora una volta. Il fatto mi procurava un certo disagio. La meta-scrittura utilizzata era l’alibi per concludere un processo di svelamento, che sapevo inarrestabile. Era come aver levato la stura ad ogni inibizione, bisognava raccontare i tormenti dell’animo umano, attraverso la vita apparentemente innocua del cosiddetto uomo di strada. Dunque tornavo al tempio, sedevo sul solito talamo, fissando il leggio davanti al rudere, provavo a immaginarmi diversa, provavo a immaginarmi integra, liberata dal dolore. Il dolore è un’opportunità, forse. Dico, lo è senz’altro, intanto occorreva attraversare l’ora del deserto, e vi rifletto adesso. A ricordarmelo bastava che incontrassi Tereza o l’uomo dell’est, ancor prima che l’uomo della strada. E lo vedevo il suo bivacco, il cane randagio, le pustole al collo, il tanfo di urina. Non resistevo oltre, la testa girava. Oh, era un uomo solo altroché, non meno che i suoi cari, lasciati al gagno, mollati, lapidati, nella latrina della vergogna, dove ogni rimpianto è stato scalciato al primo sciacquone. Chi mi avrebbe salvato? Me, non altri.

(continua)

chi mi ha cambiato la vita

Lo dico qui: se la mia vita è cambiata lo devo soprattutto a due persone: Marco Travaglio e Giulio Mozzi. Ritengo che nella vita ci sia un momento in cui le cose accadono perché è il loro tempo fissato; come diceva un teologo: “quel che tarda, giungerà”. Per me è andata così.

Nella prima versione dei ringraziamenti, da inserire nelle ultime pagine di Sangue di cane, lo raccontavo apertamente, spiegando la successione degli eventi, in ordine cronologico (non è questa la versione poi pubblicata, ma tanto è la verità in qualche dettaglio).

Scrivevo:

Giulio Mozzi. Giulio è il mondo delle lettere, chi può negarlo? Scrittore, consulente, editor  e soprattutto talent scout. Gli spedii una mail pregna di delirio ed autoreferenzialità, non allegai un bel nulla dei miei scritti. Nella mail farneticavo cose del tipo:  < sono brava,  il mondo non mi capisce, questa è l’ultima volta giuro>. Lui  oggi dice che invece sono stata dignitosa e onesta. Così mi rispose. Venne persino a Catania, da Padova, prese l’aereo, venne qui giù, in Sicilia, apposta per incontrarmi. Nel frattempo gli avevo spedito i miei libri precedenti. Mi suggerì la stesura di un romanzo dove avrei dovuto raccontare quel che mi ostinavo a tacere. Il romanzo nacque così.

 Marco Travaglio. Lesse i primi capitoli del romanzo. Gli piacquero. Sapeva che il romanzo non aveva ancora trovato casa; perciò pensò di aiutarmi, lo fece con molta discrezione, senza che io sapessi, semplicemente perché convinto che quel che aveva letto fosse una buona cosa. Dunque propose il testo alla casa editrice  Melampo di Calogero Garlisi. La sua stima (sono ancora incredula) mi venne in soccorso. Incontrai Marco Travaglio nel 2008, ad Acireale, durante la presentazione di un suo libro. La calca praticamente lo aveva inghiottito, ebbi il tempo di fargli solo un paio di domande per un’intervista concordata con il mio caporedattore. Marco Travaglio è una persona generosa.

Calogero Garlisi. Siciliano di Agrigento, quando mi chiamò la prima volta, la sua voce mi sembrava che la conoscessi già. Stavo seguendo una conferenza per il giornale, mollai tutto. Saltai sulla sedia un altro po’. Lillo, chiamami Lillo, mi disse. Ok, mi viene male, vabbé. E invece, schiva come sono, non ebbi difficoltà a prendermi tutta la confidenza. Lillo Garlisi. Mi dice: faremo un marchio nuovo, solo per la narrativa, dai, buttati. Non era un’alternativa, realizzai che sarebbe stato e basta. Davvero troppe congiunzioni. Lillo volle Giulio Mozzi in questa avventura, Giulio accettò. Mentre le cose andavano a Milano, io dalla mia stazione periferica esultavo, non potevo fare altro”.

Milano settembre 2010.

Ecco come è andata.

se i Maya ci ripensano, pubblico il romanzo

Nel senso, cosa ne sarà dei due manoscritti? Per un totale di 400 pagine. Vorrei arrivare a pubblicare anche il terzo romanzo, in ordine di arrivo, dopo Sangue di cane. In fondo posso considerarla una specie di trilogy di vita vissuta, anche se il realismo del secondo è visionario e grottesco, i personaggi sono tagliati più come guitti da balloon, o caricature. Ma è tutto vero, è vera la nostalgia, solita nostalgia dell’io narrante, la sua distanza disperata dalle cose, dalla vita, sì. Una patetica anaffettiva, sembrerebbe, il personaggio che racconta nel secondo romanzo dopo Sangue di cane (uscirà prima o dopo). Il paesaggio è tragico e scarno, i personaggi sono ancora fuori, al limite, non stanno sui bordi insomma, proprio come piacciono a me. E forse sono sempre io medesima. E nel terzo torno all’uomo venuto dalla Polonia, al suo universo capovolto, al suo dolore perenne, criminale direi. Vorrei che i Maya ci ripensassero, sul serio. Ho aspettato così tanto perché ogni cosa accadesse, ho aspettato con la pazienza monumentale degli immaturi, ossessionata da un’ idea, sempre quella, da un destino, che chiamerei scrittura.

le casine amene

Sono entrata in un parco. Non quello dei barboni stavolta. Un parco con sentieri di salici. Ci sono piccole recinzioni. Le barricate col filo spinato danno sulla strada. E’ un manicomio.  Una volta le chiamavano le casine amene, oggi sono uffici pubblici. C’è una pineta, le casine  si fronteggiano. Le casine contenevano uomini, donne, bambini e vecchi. Franco Basaglia li liberò tutti. Nudi deambularono in giardino, il giardino di selci. Una donna chiese una sigaretta.

Così oggi non so perché avevo l’impressione di attraversare un cimitero. Ho provato una pace inaudita. Mi sono avvicinata alle grate, volevo immaginare qualcosa. La vecchiezza ha un suo preciso odore persino nelle cose.

cinque cose che direi a un esordiente

 

di Matteo B. Bianchi

Veronica mi ha chiesto un contributo per questo blog, in particolare se avessi un consiglio da dare a un esordiente. Da anni, tramite una rivista e l’attività di editor presso diverse case editrici, ho a che fare con autori alle prime armi e basandomi sulla mia esperienza ho condensato in cinque punti quelli che mi sembrano i suggerimenti fondamentali.

Il tono brusco è voluto.

1 – IMPARA A LEGGERE

Non è una battuta, lo so che sai già leggere, ma se intendi dedicarti alla scrittura è bene che impari a dedicarti alla lettura con occhi diversi. Comincia a leggere non più (o non solo) per il piacere di farlo, ma con lo sguardo del ricercatore: perché questo incipit funziona bene? cosa mi è piaciuto di questo dialogo? perché l’autore ha voluto raccontarmi questi particolari a prima vista insignificanti sul suo protagonista? perché il romanzo è diviso in capitoli così brevi? Fatti delle domande, indaga il testo come se fosse un gioco di cui nessuno ti abbia spiegato le regole e toccasse a te scoprirle. Riprendi i tuoi due o tre racconti preferiti e ricavane lo schema che l’autore ha utilizzato. Poi copialo brutalmente, scrivi un tuo racconto ripercorrendo le stesse mosse. Alla fine il racconto lo butterai via, ma avrai imparato un sacco di cose.

Scrivere è come correre: richiede tecniche e allenamento.

Se credi che per produrre un romanzo basti mettersi alla tastiera e seguire la propria mirabolante ispirazione allora ciao, non ha senso che ti stia parlando.

2 – CERCA IL CONFRONTO

Scrivere è una delle attività più solitarie al mondo. E non c’è soluzione, né alternativa: puoi contare solo su te stesso e la tua passione.

Detto ciò, chiunque di noi (e a qualunque livello) ha bisogno di pareri sul proprio lavoro per comprendere se sia riuscito o meno. Prima (e sottolineo vivacemente prima) di aspirare alla pubblicazione, aspira al confronto. Fai leggere le tue cose e non alla ricerca di complimenti, ma di critiche. Fatti dire quello che non funziona e lavora per migliorarlo. E’ importante ottenere dei pareri oggettivi, non mediati dall’affetto di amici e fidanzate. Più estraneo è il lettore, più brutale e onesto sarà il suo parere. Esistono decine di riviste letterarie, in rete e cartacee, è importante (anzi, dal mio punto di vista, è necessario) conoscerle, frequentarle, leggerle. I redattori di queste riviste sono un interlocutore ideale e privilegiato: fatti leggere da chi, per passione, si occupa di narrativa giovane italiana.

Inoltre è importante anche il confronto simbolico: impara a leggere altri esordienti, vedi quello che l’editoria sta pubblicando in questo momento, se c’è già qualcuno che sta raccontando le storie che hai in mente tu, se il tuo punto di vista è davvero personale.

3 – NON SEI HEMINGWAY (O PERLOMENO, NON ANCORA)

Te lo dico subito, anche senza conoscerti, anche senza aver letto una riga di un tuo testo: non hai scritto un capolavoro. Ogni tanto ricevo mail (patetiche) del tenore di: “Ciao, ho scritto due racconti, ma prima di mandarteli in lettura vorrei sapere come posso depositarli per garantirmi che non vengano copiati e pubblicati da altri”. Punto primo, mi stai implicitamente dando del ladro, se prima di inviarmeli già temi che possa rubarteli. Punto secondo, hai scritto due racconti in vita tua e già pensi che siano opere tali che un professionista voglia pubblicarli a nome proprio? Complimenti per la modestia.

Per mia esperienza personale, i casi di plagio letterario sono rarissimi e quasi mai riguardano testi di esordienti (il caso più frequente è quello di coloro che inseriscono nel proprio libro pagine estratte da un libro altrui, spesso straniero e mai tradotto nel proprio paese). Stai tranquillo, il tuo genio è salvo. E comunque con una mail del genere hai solo fatto la figura dell’arrogante, non di colui che vuole consigli e critiche per migliorare.

4 – SBAGLIA

Non avere paura degli errori. Tutti noi abbiamo scritto stralci di romanzi orrendi, racconti che non andavano da nessuna parte, poesie indegne di essere chiamate tali: ma questi vergognosi tentativi almeno ci hanno fatto prendere dimestichezza con la scrittura e ci hanno aiutato a capire quali passi falsi evitare in futuro. Il problema non è sbagliare, ma non fare tesoro di queste cadute.

Quando ricevi pareri negativi, non offenderti. Anzi, impara ad ascoltare e a capire perché il tuo lavoro non ha funzionato. Le critiche, se sensate e precise, sono oro. Ti aiutano a capire la strada quando l’hai perduta. O, meglio, ti indicano la strada che devi ancora trovare.

5 – NON PAGARE

La regola aurea: non pagare MAI.

E’ davvero molto semplice: se ti chiedono dei soldi, ti stanno fregando. Punto.

Non ci sono se e non ci sono ma. Che sia un concorso letterario, un festival, una rivista, una piccola casa editrice, non esiste.

Anche su questo tema mi capita di ricevere mail imbarazzanti: “La casa editrice Questo&Quello mi ha chiesto dei soldi per pubblicare il mio romanzo, ma sono persone serie…”. Sì, credici.

Se decidi di andare con una escort sei liberissimo, però poi non venirmi a dire che lei l’ha fatto perché ti ama. Allo stesso modo, se paghi per essere pubblicato non cercare di farmi credere che il tuo testo sia valido e la casa editrice crede in te.

Chi ha fiducia nel tuo lavoro investe sulla tua pubblicazione.

Chi ti sta chiedendo un contributo economico lo fa per aumentare il  proprio fatturato.

Sono due posizioni assai diverse e se non lo capisci è perché non lo vuoi capire, preferisci raccontartela.

PS: Caso completamente differente è l’autopubblicazione: se io decido di investire per produrmi un ebook o un libro con stampa on demand, allora sono consapevole e in pieno controllo di quello che sto facendo. Nessun intermediario mi sta chiedendo dei soldi per fare la stessa cosa. E’ solo una mia scelta (non passare attraverso una casa editrice tradizionale): rischiosa, ma non deprecabile.

                                                   

Matteo B Bianchi ha pubblicato quattro romanzi (l’ultimo è “Apocalisse a domicilio”, Marsilio), è editor (tra i più importanti e ascoltati) presso la casa editrice Indiana ed è uno degli autori della trasmissione tv “Quelli che il calcio” (Rai Due). Il suo blog è: matteobblog.blogspot.com

Damian di Ostrowiec

C’era un uomo molto giovane nella casa occupata di via Nino Bixio, nel romanzo Sangue di cane diventerà la casa dei morti. Ci sono luoghi e personaggi che torneranno a più riprese e sono sempre loro e sono vigili in tutti i miei scritti. Questo giovane si chiamava Damian, veniva da Ostrowiec, era malato di scabbia, acairosi, per dirla con una certa innocuità. La scabbia si cura con una pomata facile facile eppure Damian faceva impressione lo stesso. Jolka mi condusse all’ingresso del rudere. A un tratto dissi: “Jolka sono l’italiana, sai, anzi, sono l’albanese, tu conosci me”. Jolka alzava le spalle, fingeva di non ricordare. La donna indicava la finestra senza ante, “Damian è dentro” disse.

Salimmo, Damian dormiva in un angolo, sopra una stuoia logora, coperto da un quadrato di cartone. Guardai la donna, mi vennero le lacrime. La donna disse: “Non è tuo polacco, lui chiami Damian”. Cambia qualcosa, chiesi? Lo perderò così il mio?

Tu lo hai già perso.

Risposi da me.

(continua)