Lo scrittore e la provincia

Se vado via da qui, avrò trovato l’ultima chiave del mazzo, quella che apre la porta. Non è la provincia che temo, la sua uggia perpetua. Al contrario, alla provincia devo molto, e se penso agli scrittori del neorealismo dico che non è mica una novità. Non mi piace il sud, invece, inteso come condizione periferica indolente; non amo il mio luogo marginale e violento, un paesaggio che non è il mio. E tuttavia la mia ostinazione non è pertinente. Ma la letteratura deve molto alla provincia e tanto mi interessa dire. Buzzati, persino nella sua Milano, caliginosa e distratta, con i suoi falansteri, i suoi inferni vecchi e nuovi, rivelava assonanze che certi desolati quartieri della mia città mostrano con un’indecenza scabra. La provincia è una condizione. Anche, è possibile, un modo di raggiungere le cose, è quel che vale poi credo per ogni scrittore. E Pavese, il suo ingegnere bardato di ideologia, non era forse anch’egli prodotto di un luogo minimo, di memorie stanche di luoghi piccoli incantati e noiosi?

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7 thoughts on “Lo scrittore e la provincia

  1. Eliza Macadan

    Carissima, pensavo proprio a questo. A dirti quanto sono in sintonia con la tua percezione. Pensavo che la provincia sia una sorte di sede dei sogni, delle utopie… Pensavo che un grande scrittore deve sempre stare al margine per sentire la vera vita. Il centro è, secondo me, un punto fisso. E la letterattura non ha nulla a che vedere con le cose statiche. La letteratura è movimento del mondo e dell’anima. Quest’anima che incessantemente si muove. Il centro, come luogo dove succedono le cose, i fatti, gli eventi, è solo una costruzione artificiale di ordine filosofico, politico piuttosto. Uno storico deve stare al centro per prendere appunti. Ma uno scrittore ha la sua fonte ai margini. Ed è quasi un suo dovere stare lì a raccontare la realtà che passa attraverso la pelle. Un’altra piccola verità è che non esistono periferie. Ogni singola persona è un centro. Siamo divisi dalle idee (altre costruzioni artificiali). E’ questo il problema dell’umanità. L’unica cosa che ci unisce è l’amore.
    Rimani così come sei. Rimani dove sei. E’ un mondo tremendamente violento, duro, competitivo. E’ fatto per i forti. E tu lo sei. Sei molto forte!
    Ritornando alla periferia… è lì che sono nati i grandi spiriti dell’umanità! Il centro, quando è sicuro del loro valore, li prende. Già grandi, però.

  2. cristina

    Questo è quanto ho scritto a riguardo nel mio ancora inedito romanzo:
    “Il tempo non si ferma. Ma l’uomo è riuscito a tenergli il passo solo in campo tecnologico e il dislivello con l’organizzazione civile e morale risulta, a questo punto, eccessivo.
    Il tempo cambia, mentre l’uomo resta sempre uguale a se stesso, finché non si preoccuperà di intraprendere una cosciente e coscienziosa riforma intellettuale senza confonderla con inutili eccessi artistici retorici.
    Come a Palermo, centro culturale di grande importanza storica, ma più che “centro”, estremità, perché è in periferia che nasce ogni forma d’arte.
    I centri storici “irradiatori”, invece, sono impregnati di burocrazia e amministrazione. Non c’è tempo per l’arte.
    Eppure, per effetto di una strana alchimia, diventano, pian piano, punto d’incontro degli artisti provenienti dalla periferia.”

  3. Carla

    Facciamo un esercizio di immaginazione: tutti gli scrittori, per un attimo, radunati al centro. E le periferie svuotate da testimoni. Chi racconterebbe la vita di coloro che rimangono a vivere lì? Cosa succederebbe? A me quest’immagine fa venire i brividi. E’ quasi apocalittica. Poi centro e periferia sono solo delle convenzioni. Peggio: concetti vuoti di contenuto. Due paroloni per far scorrere inchiostro ai chiassosi filosofi. La vita è dovunque. Il male ugualmente. Lo scrittore dev’essere la voce di coloro che stanno zitti e portano sulle loro spalle il peso ogni singolo giorno in Terra. Lo scrittore, senza dar voce a quella gente, è un egocentrico che potrebbe scrivere, stampare e legare la pelle dei suoi tomi, regalandoli a familiari e conoscenti. Tanto per loro scriverebbe.
    Ci lasciamo affascinare dai detti del tipo “non c’è una grande opera senza grandi idee”, le grandi idee hanno portato ai grandi disastri nella storia dell’umanità. Tutti i politici di tutti i tempi hanno avuto consulenti che si occupavano solo di emettere delle idee. Che cosa è successo lo sappiamo tutti. Senza, forse, quest’umanità sarebbe stata diversa, arrivata ad un altro livello di esistenza. Eppure si muore di fame, di freddo, di malattie. Forse avremmo potuto viaggiare nelle galassie se non avessimo perso tanto tempo intorno a una idea o l’altra. Dico forse. Non siamo anime libere. Lo scrittore dev’essere in primis un’anima libera. Dovunque si trovi. Centro o periferia. Il mondo è tutto da rifare.
    Ma l’Opera si compie nella solitudine. Arrivato al centro, puoi solo godere del tuo status, della tua fama. Il lavoro è tutto stato fatto prima, quando nessuno sapeva che tu esistessi. Questo, a proposito di chi si fa il mazzo… e trova pure la chiave…

  4. Sara

    Cara Veronica,
    come avrai capito io credo alle periferie dell’anima, agli spazi angosciati che ci stanno in pancia. E’ un mio limite, quello dei luoghi fisici intendo. Non li capisco. La narrativa italiana è popolatissima di campetti da calcio di provincia, di polvere e muri scrostati, di impossibilità e tragica noia. E quindi di noia. Mi chiedo perché non ci capiti di virare verso qualche scintilla astrale, cosa macera ancora nel nostro cuore per tenere molti scrittori fermi nei sobborghi delle metropoli, nelle province desolate. Qualche luogo comune vestito da archetipo? Poi oggi ho sentito un’amica, è stata a Bologna per qualche mese. Dice che si sente diversa. Che a Verona sei costretto a confrontarti con l’impostazione borghese biancodesign della vita. A Bologna no.

  5. veronica tomassini Post author

    Un giorno incontrai un tizio di Milano, faceva lo studente a Milano, con l’eschimo e la pashmina, una forzatura a pensarci adesso. Lo incontrai in una piazza della mia città, guardava il Duomo, fumando una sigaretta di tabacco grezzo. Sono di Vicenza, disse, e tu, tu vedi il mare da casa tua, chiese. Sì vedo il mare. Io vedo il Giambe invece chiosò. Lì ci sono i ricetta, è la mia materia, aggiunsi. Crollò del calcinaccio dalla feritoia di un palazzo barocco. E’ una trifora, commentava, lui. Che belli che siete voi siciliani, concluse senza un reale interesse. Proseguì verso il lungomare, avevo un sacco di cose da chiedergli, domani le racconto. Anche tu vieni dalla provincia avrei voluto urlargli. Domani racconterò.

  6. La verità è noiosa

    Si però se non conosci il centro, se non ti confronti con le sue dinamiche, con le sue modalità di relazione, con le sue abitudini comportamentali, allora non hai modo di fare una critica sensata. Rimani straniero, e allo stesso tempo estraneo, a una realtà che può anche non piacerti, ma che – vista la distanza – si carica per lo più di pregiudizi, che nascondo in realtà un tuo disagio interiore. Il centro ovviamente rappresenta il luogo del potere, il luogo delle istituzioni. Starne lontano equivale a pensarlo semplicemente come metafore del compromesso e di un certo conformismo. Credo che talvolta bisogna conoscere le dinamiche di certe realtà sociali per poterle criticare. L’intellettuale addestrato a guardare certe realtà senza subirne l’infezione, non saprà mai raccontare la verità di certi luoghi e la sua letteratura rimarrà amaramente inutile. In realtà a ben vedere è quanto è avvenuto con Gomorra di Saviano, soprattutto la sua versione cinematografica. Per alcuni, che non conoscono certe realtà, in fondo è semplicemente una forma di tragico esotismo. Sono gli stessi che poi hanno riso guardando “benvenuti al sud”, in cui il Meridione era rappresentato dalla ridente cittadina di Castellammare di Stabia e ilnord dalla fredda e ottusa Bergamo. Come a dire: faccio un film il cui nord sia rappresentato dalla ridente stazione sciistica altoatesina e il sud dall’ultimo ritrovo del movimento Borbonico, o peggio dall’accoglienza esultante che si riserva ai Savoia. C’è onestà intellettuale in tutto questo? Io credo di no.

    1. veronica tomassini Post author

      una volta ero quasi convinta che il mio piccolo mondo era il mondo, che la mia piccola vita fosse in sostanza il paradigma di una vita avventurosa e poco contava dove le cose accadevano. poi però col tempo scambiai la noia esistenziale con la prevedibilità pedissequa della provincia. in ogni caso, oggi, Mattia, c’è l’ultimo post che certo non chiarisce granché. Tuttavia, se hai seguito il primo, tanto vale chiudere il cerchio no?

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