La costanza della provincia (ultima parte)

Continuammo il giro per i vicoli del centro storico. Incrociammo un tedesco occhialuto (l’aspetto era quello di un tedesco occhialuto), seduto sulla panca in largo XXV luglio, il capo abbattuto su un libro con la copertina gialla. Il tedesco sonnecchiava beatamente, il libro aperto in chissà quale capitolo di quale storia di quale tempo. Era un romanzo. Ha scelto un bel posticino, disse il giovanotto con l’eschimo. Oh figuriamoci, questo chiamasi tempio d’Apollo o via della maga, il leggìo sui ruderi, Orione al centro del firmamento. Eh? fece il giovanotto.

Cosa vi manca? Sbottò di nuovo, senza provocazione stavolta. Nulla, per carità. Noi non abbiamo mica un hyde park, come lì da voi continentali, anche se devo dire che parlerò del parco, un giorno o l’altro, merita un gran post. Tipo il Giambe, la roba, gli chilom, le spade. So tutto perché ho letto Carlo Grimaldi; o il Solari frequentato da ricetta, pure il Ticinese, parco Ravizza e via San Gottardo. Le strade dell’ero. Ma erano gli anni ’80, primissimi anni ’80.

Alla fine gli ho dato ragione, giustificando questa idea straordinariamente galoppante di una provincia nerboruta e audace (dove?). Scongiurai per tutto il tempo l’anatema Questa è una città a misura d’uomo, perché altrimenti non avrei saputo tirare le somme senza prima argomentare casomai di quali uomini avrei dovuto riferire e chiosare irritata: ma di cosa stiamo parlando? Lo dico con cognizione, ho visto parecchi cervelli qui a Siracusa smettere di dibattersi, cioè non funzionare più. L’ho detto. Ba.

Dici Milano e dici tutto, realizzò lo studente terzo anno alla Bocconi, o Roma o Torino. A parte il resto, aggiunse, la provincia non equivale a provincialismo; a Milano fai tre quattro colloqui la settimana, il mondo va di corsa, qui si avanza con parsimonia. Tu non vedi il mare dall’ultimo piano di casa tua, accusai. No, disse lui, vedo il Solari, al massimo, una masnada di mentecatti, siringhe per insulina conficcate sulla terra. Le vedi da su? No, disse, è un modo per. Per cosa? Per: niente. No, dissi, no, io da qui lo vedo il mare, per la miseria.

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One thought on “La costanza della provincia (ultima parte)

  1. O' Reilly

    Ho seguito con molta passione questo bellissimo racconto/post in tre parti. Sono un provinciale fin nel midollo, e sento molto il tema perché ho difficoltà enormi a guardarmi da fuori, mi pare che il mio sistema di riferimento sia l’unico possibile al mondo (e questo credo sia la quintessenza dell’essere provinciali) e quando mi capita di soggiornare fuori, anziché sulle differenze mi soffermo sempre sulle analogie. Milano, Roma, l’Italia tutta mi sono sempre sembrate paesini tipo Siracusa, solo dilatati nelle dimensioni. Città come Napoli (che per dimensioni e numero di abitanti, quantomeno in Europa, rientrerebbe a pieno titolo tra le metropoli) e la stessa Roma, in particolare, hanno una tendenza a chiudersi nella vita di quartiere che supera anche certo campanilismo dei borghi rupestri. Fatta la tara alle questioni pratiche (spostamenti urbani etc) a livello di mentalità si vive più o meno ovunque allo stesso modo (e ovviamente questo “più” e questo “meno” possono influire seriamente sulla qualità della vita di una persona: il provinciale insofferente che si trasferisce a Milano prova un inevitabile e sincero sollievo, così come il metropolitano stanco della frenesia si sente lenito dai ritmi blandi di un lungo periodo trascorso a Capo Passero), tranne forse che in due o tre megalopoli tipo Londra, Parigi o New York, in cui le relazioni umane risultano alterate da fattori incontrollabili. Eppure anche lì, ho la sensazione che la gente tenti sempre di riprodurre un modello provinciale dell’esistenza. Anche perché l’opposto del “pronvicialesimo” sarebbe il cosmopolitismo. E per essere cosmopolita ci vogliono davvero tantissimi soldi.
    Resto convinto che la parola definitiva su tutto questo tema l’abbia detta La Capria in “Ferito a morte”, che ruota molto intorno alla dialettica città/provincia, Italia/estero. Mi sa che è impossibile dire qualcosa di più e di meglio.

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