Hismet detto Bruno il montenegrino

Bruno era un bel tipo, veniva dal Montenegro. Era abbastanza chiaro, non scuro, come certi rom kosovari o i dashikané di Valea Seaca. Aveva sposato Giulia, macedone. Giulia aveva avuto un sacco di uomini, era la figlia della vecchia del campo. La sua dote erano i capelli lunghi, neri e setosi. Bruno era bello. Io e P. lo incontravamo al parco. Sedevamo insieme, guardavamo oltre le gratelle dei giardini, intercettando il resto della città, eravamo fuori, coscienti di esserlo e liberi.

P. parlava poco, diffidava dei montenegrini, degli slavi, pure essendo lui polacco. E il suo sospetto incitato dalle cose del mondo non di rado mi irritava.

Giulia era giovane e provata dai figli e dai troppi uomini incontrati. Un paio di mariti, Sofia la vecchia implorava il suo di marito, o-voà, o-voa, urlava al nulla, nel suo campo di acque melmose. Giulia un giorno decise di sparire. Bruno lo vedevamo al parco, ancora. Cercava Giulia, ci disse.

P. non era sicuro che Giulia fosse viva, sono crudeli quelli del Montenegro, mi confidava. Per giorni Bruno aspettava Giulia sulla panca del parco, fumando e bevendo birra, raccontando di lei, talvolta con gentilezza, talvolta imprecando. P. era convinto che Giulia fosse morta. Finché Giulia non tornò al campo e Bruno fu espatriato. Giulia mostrò le sue mammelle, prive di capezzoli, era stato Bruno, urlò piangendo davanti al tribunale degli anziani del campo. Bruno le spegneva addosso i mozziconi, chiuso in baracca affilava i suoi coltelli, Bruno violentava le sue figlie. Quando Giulia tornò al campo, la vecchia le venne incontro con le braccia alzate, gridando: “rastrellatia, rastrellatia”. Bruno era andato via, Hismet detto Bruno il montenegrino. Espatrio coercitivo. Fu un sollievo.

Ero l’unica a non credere alla sua crudeltà, ma P. sorrideva con amarezza, seduto sulla panca del parco, fumando e guardando il resto del mondo dalle gratelle verniciate appena. E tutto intorno fiorivano i glicini, e forse era primavera.

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