Un po’ di Inghilterra

In chat, Ròcat (c’è il link al suo blog in homepage) mi ha raccontato un po’ di Inghilterra. Mi basta poco, mi basta sapere di piccole fragili foglie gialle che orbitano lungo viali di siepi, del grigio sopra i tetti e del vapore dai comignoli. Mi ha lasciato questa immagine, ho pensato a Jane Austen. Ieri ho visto la riduzione cinematografica della sua vita (“Becoming Jane”). Così Jane ha rinunciato al suo amore,  esile e trapassata, con i capelli raccolti e il vestito umile, direi, il collo di merli alzato fino al mento, lo sguardo dimesso forse negli ultimi anni, il suo anticonformismo nel tempo della giovinezza.E le campagne inglesi. Ha rinunciato al suo irlandese, scrisse per questo – o anche per questo – i suoi romanzi più riusciti. Ecco Jane quanto doveva alla tristezza.

La tristezza: servirà. Io la custodisco quando posso, è un’abitudine. Jane scriveva d’amore dentro l’irrimediabile sventura, la vocazione alla solitudine. Jane e l’irlandese Tom si congedavano, allucinata scorgevo me e lui, allora mordevo il palmo. Lei rinunciava al mondo, dando alla luce le sue pagine più intense. Che ovvietà? Per niente.

E’ un karma, il mio si chiama attesa.

Invecchieremo fragili, Jane, dimesse nel corsetto che serrerà il respiro, in un filo di perle, con la mantella poggiata in grembo, le dita tremanti.

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