Della vita della morte

Dovrei cambiare angolo d’Europa. Finisco sempre sui promontori balcanici, su una collina rumena o un rio polacco, sul Czarna o sul lungofiume moscovita, molto idealmente dico. Sono una slavofila, a occhio e croce. Così, riflettevo sul valore “consolazione”, sulle nostre pie, sui nostri strascichi greci: il senso del lutto, della dipartita ad esempio nel paese di Chopin ha moduli assolutamente diversi. Noi ci battiamo il petto, loro ci bevono su. Mi viene in mente la storia del vecchio di Sarajevo, rimase stecchito in carriola per giorni, nel campo di Skender, il rom. Fu un saluto prolungato e solenne, tre giorni di musica, le donne con le vesti di raso, Boguslan che suonava “La passatella”. “Batte col cucchiaione in bicchioeron/ Silenzio, io vorrei brindare/ se posso brindo alla patria/ nella quale ci è dato menar la vita/”. Eh! Scudisciata finale sulla viola.

Poi il vecchio lo portarono via. Venne un muratore, si fece dare un paio di centoni. Fatto. Gli era schiattato il cuore al patriarca. Tornava senza medaglie al petto nel camposanto di Sarajevo, la città dei mortai e dei cecchini, erano gli anni della guerra.

Pensate, quando Yurek morì, morì tre volte. Il polacco Yurek. Irenka diceva che le sue budella (di Yurek) erano sepolte sotto un treno. Non era vero, Yurek era vivo ed era ad Agrigento.

Vasilii invece urlava ai quattro canti la fine di Yurek in ospedale. Non era vero, Yurek era al parco, con il cane Piak.

E nel momento dell’ultimo goccio, del respiro che si ferma, della vita che ti bracca tutta assieme per lasciarti solo all’improvviso, Yurek allora era ancora vegeto per i compagni. Ma stavolta moriva sul serio. Perdonatemi, vi tedio ingiustamente.

(La città racconta)

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