Filippo u pazzu

La Mazzarrona sono palazzoni alveare. A Mazzarrona si vendeva il fumo. I tossici stavano sotto gli archi delle cosiddette case gialle. Da un piano terra, un cane pastore ringhiava di solito insulsamente, ciecamente ai fumi di copertoni bruciati. Strani falò esalavano dai canaloni di fogna. Filippo viveva a Mazzarrona, si faceva di ero da quando era ragazzino. Perse la ragione per un trip in discoteca, un acido, in gergo: viaggio cattivo. Da Mazzarrona i treni non passavano mai, ma c’era la vecchia ferrovia a ricordare il tempo e le distanze, Filippo si faceva nell’androne buio, i colori si smorzavano di colpo, pur penetrando dall’oblo della prima rampa di scale. Sentiva il treno correre verso il tempo, le distanze, le possibilità. E c’erano le mattine al Sert, i flaconi di metadone, la polvere. Sugar brown, acqua distillata, beccucci spezzati, fumo pakistano, il suo abbecedario. Aveva occhi liquidi senza curiosità. Filippu era u pazzu per colpa di un trip. Il rione la Mazzarrona non è un rione, è un Hyde park, per quella parte che propende al mare verso sud, verso Priolo. Le case gialle del rione che sapeva di popolo, con le giostrine, le canzonette napoletane urlate da un mangianastri. Soffiava un vento insolente, d’estate, il simum, implacabile mannaia che spirava da sud est, scure umida e calda o secca all’occorrenza. Filippo aveva smesso di ricordare oppure ricordava senza colori. Il rosso era il sangue che aspirava con la siringa da insulina. Il nero era il colore dell’overdose, il giallo, il viola erano le sfumature dei suoi viaggi acidi, dei raduni house, erano la vernice satura dei suoi ricoveri quando Filippo di Mazzarrona divenne Filippo u pazzu. Schizofrenico, fece l’ultimo trip in discoteca, “corri, Filippo, corri”, gli gridarono dietro i compagni. Lui correva, non poteva fermarsi, era dentro un flash di luci, era una gabbia, erano lamine infuocate, non gridava, “corri Filippo”. Incontrai la madre, ultima rampa, un orinatoio. Ma era un condominio. “Mia madre è sempre incinta”, disse Filippo, e aggiunse “sei fortunata, non adesso”.

La madre aveva una pancia enorme, era il fegato. Beveva, ogni tanto precisava Filippo distrattamente. Chiudeva e apriva le palpebre lentamente, era strafatto. Filippo ascoltava Eros Ramazzotti, quando cantava Adesso tu si faceva venire le lacrime perché ci credeva per davvero all’amore. “Nato ai bordi di periferia/ dove i tram non vanno avanti più/ dove l’aria è popolare/(…)” e piangeva. C’è una tipa, mi disse, si chiama Cetty, stiamo insieme, se smetto mi sposa. Non l’avrebbe preso il trip, quella sera, soltanto che la madre non la smetteva di urlare e lui aveva la testa che scoppiava. E Cetty non c’era, aveva un altro, Cetty era il suo treno.

E non lo prese.
© Veronica Tomassini

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