Massoud era vivo

Voleva farcela. Non so che idea si fosse fatto del destino, Massoud. Voleva essere ancora, essere vivo, esistere certo. Il ristorante con le tende di charmeuse aveva chiuso nel frattempo. Conobbi Mimma, faceva parte di un gruppo di medici di Msf. Mi ero messa in testa di salvare qualcuno, ottusa e presuntuosa qual’ero. Massoud voleva vivere devo presumere, perché entrò in comunità, ce lo portammo con Mimma. Mimma non approvava la mia fretta, per niente. Mi fai lavorare fuori dal protocollo, mi rimproverò, non funziona così. Guidava una vecchia station wagon, percorrevamo le mulattiere di un paese degli Iblei. Mimma era pugliese.

La comunità era quella di Don Pierino Gelmini, ce ne portammo almeno tre, due slavi – c’era anche il mio – e un arabo. Massoud.

A chi lo dava per morto, Massoud rispose tornando al mondo, come un neonato, aveva di nuovo i suoi capelli. Dopo sei mesi scappò via, ricaduta fisiologica, sbroccamento, in gergo. Tornò a ubriacarsi. Che fare?

Come si diventa ubriaconi? Perché si è tristi o tarati o sfortunati?

Deduco molto stupidamente, come se non avessi mai visto l’abisso, il buio, la peste nera di amare un abisso, il buio.

Massoud aveva il sorriso facile, per dire, sfortunato poi né più né meno di un Moustafà che vende fazzoletti ai semafori, o di un Moktar che da aiuto-cucina è retrocesso in sala. Tarato? Chi lo sa. E cosa significa? Che Massoud tra i suoi antenati conterebbe almeno un paio di alcolisti? Improbabile, in Africa la sfiga sociale dovrebbe essere ben altra. Quindi rividi Massoud, ex cuoco, specialità spada ai ferri con zucchine e melanzane. Farfugliava in via Diaz, ore quindici di un giorno umido di settembre. Massoud! Esultai. Massoud, sei tornato. Sfortunato uomo, Massoud. Non hai i capelli, Massoud.

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