Massoud

Ogni volta che vedo un arabo, mi viene in mente Massoud. Stando per anni con un uomo slavo ho imparato un certo slang. Lo slang degli immigrati che, almeno qui dove vivo, un tempo si riconoscevano tra loro a schemi abbastanza fissi: arabi africani e zingari, detto proprio così in maniera molto brutale. E comunque non esiste il sostantivo zingaro, voglio dire non è applicabile, Sofia – la vecchia del campo rom – si incazzava moltissimo, “io no sono zingara”, e nemmeno rom, e nemmeno tzigana. “Te rompo culo te”, minacciava altrimenti.

Torno a Massoud.

Massoud era algerino, era un cuoco. C’era un locale in via Roma con tende di charmeuse che coprivano grandi vetrate, un pianoforte a corde, un bancone scuro su cui rullavano flute di spumante e un antico megafono dove la bobina rutilava vecchie canzoni francesi. Massoud si occupava delle cucine. Io invece servivo in sala. Veronìca mi urlava con bonarietà coperto dai vapori, Veronìca come mi chiamava il mio uomo slavo.

I turisti avevano imparato ad apprezzare la versione esotica di uno spada ai ferri con aggiunta di zucchine e melanzane: Massoud era molto ricercato. Nella dispensa, in cucina, la cameriera polacca custodiva la bottiglia di vodka, un bicchierino ogni sera, prima di iniziare. “Piano con quella roba, Magoska” le diceva Massoud. Poi ha cominciato Massoud, con i connazionali, il giorno di riposo. Ho perso il filo degli eventi perché ho ritrovato Massoud strafatto di vino su una panca del parco.

Da via Roma transitavano i vegliardi della notte, i senza tetto gonfi di alcool che tracimavano dai confini dei giardini e della stazione alla mensa della Caritas in via del Nome di Gesù. Massoud talvolta riconosceva un compagno, uno con il quale aveva senz’altro condiviso qualcosa.

Lo ritrovai marcio, senza capelli, le croste nere alle gambe. Non ho mai capito cosa fossero. Aveva già perso tutto, lavoro, casa, orgoglio. La notte si infilava in un basso che aveva sfondato, sul lungomare. Sfondò la parete e vi trascorse un inverno. Però non mendicò mai, questo no. Massoud era fuso, si era pappato il cervello, davvero, ma i due litri di vino la mattina li comprava con soldi guadagnati. Ad esempio spazzando il marciapiedi del baretto di via del Foro, aiutando gli ambulanti di fiori d’appresso, cose così. Resistette fino alla prima crisi epilettica, in pieno giorno sotto le magnolie dei giardini. Inarcò la schiena innaturalmente, rovinando tra i cespugli con la schiuma alla bocca. Faceva impressione Massoud, un tronco mozzo. Forse era arrivata la sua ora.

(continua)

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