il professore in maniche di camicia

Fumava moltissimo. Urlava dalla camera ai poveri, ce n’erano troppi. Via, andate via. I poveri aspettavano udienza dalla creaturina. Le aprivano i cassetti, sotto il suo bonario sguardo, la creaturina disponeva dal letto (era malata sempre, proprio sempre). Prendi, Pietro, c’è una maglia, apri il primo cassetto. Pietro il barbone apriva il primo cassetto e prendeva la maglia con le grandi mani tremolanti. Il professore fumava chiuso in stanza, insegnava francese un tempo. La sera recitavano il Rosario, lui e la sorella, ascoltando Radio Maria. Urlava ai poveri, andate, ma in cuor suo desiderava soltanto che restassero. Mia sorella si stanca, vi prego, andate. Sì certo, ogni tanto beveva un goccetto; a lui che aveva tradito, l’uomo al quale dissi addio e oggi mi dite come hai fatto? a l’uomo che aveva tradito preparava il caffè perché era sbronzo.

Col professore si parlava di cose che stanno sopra, in cielo, di libertà, oppure si rideva, oppure si parlava di cose lontane, cose del cielo o dell’infinito o cose basse anche. Come quando il professore diceva: oh, avevo 18 anni quando una donna mi chiese: facciamo un figlio? Era il massimo della scabrosità. Riceveva in maniche di camicia. Se n’è andato, prima del previsto. Era una vita straordinaria, dico la nostra insieme, con lei professore, la creaturina, i poveri, lui sbronzo e scoperto come un ragazzino.

Non saprei come spiegare, sono piena di ricordi, non so che farmene, sono pesanti, sono troppi.

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