è il mio cuore, voi lo mangiate

Il mondo fuori non mi interessava più. Eppure dovevo raccontarlo. Desideravo il silenzio e invece dovevo parlare, chiedere, osservare. Non avevo curiosità, ma le pagine bisognava chiuderle, centottanta duecento righe, viva o morta, ogni giorno. Così la città si copriva di un languore inaudito, i suoi personaggi erano negletti, sparuti, miseri. Affiorava il mondo dei sommersi, come narcisi sul pelo dell’acqua, e raccontavo di loro, ossessionata dai volti incavati, ed erano sempre i miei fantasmi, le loro lusinghe inafferrabili mi dominavano. Sedevo sulla panca del tempio, lo chiamavo proprio così, tempio, un passeggio del quartiere vecchio, su cui sovrastavano le colonne doriche del santuario millenario. Scorgevo  quel tale con le spalle curve rovinato dall’eroina. Eroina. Dopo vent’anni, si faceva ancora. Dietro di lui la donna lo seguiva, straniata; li perdevo dentro i vicoli del quartiere, abbassavo gli occhi vergognata da tanta miseria. E sapevo che era ancora la mia. Non prendevo appunti, pensavo che era Natale o forse Natale era già andato, che io dovevo scrivere, centottanta duecento righe, viva o morta.

Io vi dò il cuore, voi lo mangiate.

Il profumo di casa era dolciastro, un misto di fragola e glicine. Non tornai più in quella casa.

Non volevo raccontare. Dovevo. Il mio mondo era piccolo e meschino, e da quel mondo filtrava il senso e la distanza da quello vero. Dalla mia piccola finestra guardavo gli altri, annichilita, con tutte le nostalgie, la malattia dei deboli. A mia madre dissi: questo mondo non mi piace. Cedetti al pianto. Mi accorsi che la mia voce era sottile, la voce di una bambina.

(continua)

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