quando raccontavo la città

Cominciai a farlo, era davvero una conquista. Non avevo mai curato una rubrica per il mio giornale, non avevo mai detenuto una mail pubblica. Scrivevo moltissimo, circa 200 righe al giorno. Dovevo raccontare la mia città. Ma presto la rubrica divenne un’altra cosa, divenne il mio alter ego, era inevitabile. Parlavo di me, parlando di altri. E accadde sempre a cagione di quella tristezza di cui vi dicevo. Filava tutto bene, usciva una raccolta di piccoli racconti, nasceva una rivista che avrei dovuto dirigere, era quasi Natale, mio figlio aspettava il suo regalino e con il padre preparava gli addobbi per le feste. Avevo una rubrica.

E invece arrivò il giorno in cui ogni cosa defilò, era il 15 dicembre del 2006. Vidi quell’uomo partire, pioveva, lo vidi oltre le grate del cancello di ferro battuto, con indosso un giubbotto di renna, i capelli fradici, lo chiamai. Tornò indietro, ci abbracciamo, mi prese la mano, disse qualcosa. Poi andò e per sempre. Non lo sapevo che era per sempre, ho aperto la mano e vidi la banconota da cento. Rialzai lo sguardo, ma lui era già andato. I soldi servivano per il pranzo di Natale forse o per le scarpe del bambino. Pioveva che pareva venisse giù il mondo.

(continua)

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4 thoughts on “quando raccontavo la città

  1. veronica tomassini

    quel che per me è inenarrabile, ma lo racconto, la stessa bobina, sempre la stessa storia.

      1. veronica tomassini Post author

        perché le storie tramano sotterraneamente, secondo me. quel tanto-enorme che mi sembrava aver sopportato ingiustamente, in realtà, è il senso di una vita intera e di quel che sarà forse.
        Allora, ci sei anche oggi, grazie.

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