maschio austriaco, senza passaporto

Klauss era il barbone più anziano che avevamo, il migliore. Siracusa non è città per barboni, troppo rigida e banale per certi versi. Meravigliosi paesaggi per carità. Comunque Klauss lo era, era un barbone vero, altrimenti gli altri erano uomini dell’est, belli e dannati, poco credibili. Nel mio romanzo d’esordio Sangue di cane  ne parlo meglio, dunque avevo il diritto di aprire un pezzo (articolo) della rubrica utilizzando la retrovia di cui mi ero nutrita per anni. Io, l’albanese per tutti – secondo il pensiero ordinato, perbene, ero l’albanese – lo potevo fare. Klauss morì per primo. Oh, eccola, la solita conta dei morti. Doveva tenere la fronte a Wojciech e morì per primo. Tubercolosi. Maschio austriaco, senza passaporto, classe 1940. Klauss viveva nella casa dei morti (ne parlo in Sangue di cane). Sui muri comparivano ombre imprecisate, erano i tormenti di Wojciech, non se ne vanno più, ci sono ancora. Le ombre lo perseguitavano, erano macchie colore del sangue. La casa era un pisciatoio, c’erano latrine scoperte, i suoi occupanti erano bestie. Wojciech temeva l’alba, la luce, a cui aveva ceduto la vecchia identità, il becchino di Chelm.

Klauss invece era un signore distinto. Infilai il moleskine  in borsa, guardai l’ora, era quasi sera.

(continua)

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