ho mentito, ho detto sì

Sedevo al tempio. Le tre vecchine passavano alla stessa ora, provenivano da una via stretta e buia, dietro la chiesa di San Paolo. Un fondaco antico come l’edera sui ballatoi profumava di sapone e caffè appena macinato, lo scorgevo all’angolo. L’eroinomane chiedeva chino, accovacciato ai piedi di una fontanella, gli zingari col cucù erano terribili caminanti, italiani, di Pachino. Realizzavo che in fondo potevo anche non chiedere all’uomo della strada, che forse me ne fottevo bellamente dell’uomo della strada. L’ho detto. Che tutto sommato cento ottanta duecento righe potevano esaurirsi dentro una lunga descrizione dell’ambiente o in una successione di riflessioni. Poi ho capito che erano le mie, personalissime, mie, erano proiezioni. Avrei parlato ancora una volta di me, e ogni dettaglio era il compromesso tra me e le cose. Chiesi all’eroinomane: sei tu? sei Dario? Sì, rispose. Dario del liceo, chiesi. Fece sì con la testa. Come siamo diventati, sussurrò con la sua voce bella e la dizione perfetta. Tu suonavi il piano, dissi. Non più, non più, ammise. Io ti vedo sempre Dario, ma che cacchio, Dario. Alzò gli occhi opachi verso i miei. Conosci la tristezza chiese. Ho annuito. Volle vedere il moleskine, lo girò tra le mani, lo aprì e lesse ad alta voce, senza chiedere permesso: “(…)Non è mica un cinico, anzi era un ottimista, era uno scrittore promettente, con una deliziosa visione del mondo. E adesso sta a trafficare con un tachimetro e roba così, good morning, monsieur, tank you very much(…)”. Cos’è? Dissi: è la città racconta. Parli di me? Mentii, dissi sì.

(continua)

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