scriverai di me? ho detto sì

Devi conoscere lei. Sì la conosco, dissi, si chiama Laura. La vedevo al parco. La amo, disse con gravità. Sei fatto. No, disse, solo un po’. Non avevo spiccioli, ma tanto poi vai a cercarla, realizzai. Si alzò, sgranchendosi le gambe, con lentezza. Cercare cosa? La roba, cosa sennò. La donna chiedeva più avanti, la riconobbi, il suo caschetto castano, vestiva sempre di nero, anche quando veniva al parco e sedeva sulle panche dei giardini dove gli altri bevevano, dove c’era Massoud che poi andava in epilessia. E c’era lui che mi  urlava: vai, kurwa, iebana, togli tuo culo da questa merda. Massoud alzava il braccio, “te tagli gola” e sputava in terra, lui gli rideva in faccia e beveva dal cartone. Laura rullava la sua sigaretta, io fumavo la mia, poco più in là.

Dario, non c’eri al parco. Si teneva le braccia incrociate strette e agitate da uno strano  movimento, capivo che stava tremando. Dario guardava verso il vicolo da cui sbucavano le solite tre vecchine. Mi aveva consegnato il moleskine, era distratto. Dario, devo scrivere. Vai, sì, disse. Lo salutai, rimase in piedi, le braccia strette, non somigliava per niente al ragazzo del liceo che suonava il piano. Mi sentii chiamare, voltandomi, Dario mi disse ciao, tu sei uguale. Disse io no, ti ricordi che ero sfigato, adesso no, no. E tu? Scriverai di me? chiese. Ho detto sì.

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