mia cara Signora

La rubrica andava, era cosa fatta. Ricevetti la prima mail di un lettore, ” mia cara Signora” esordiva. Un anziano di Ortigia, bersagliere nella grande guerra. Mi venne in mente il nonno maresciallo e tutte le volte che mi raccontava la storia del bandito Giuliano a Balestrate, lui umbro, appena insediato nel microcosmo di una paesino del palermitano. A nonno piaceva il bandito Giuliano. E quel modo cerimonioso, ma gentile, di esordire mi ricordava nonno, quando raccontava del bandito Giuliano, che a lui piaceva sì, che tutto sommato, anzi senza tutto sommato, per il nonno era un uomo di valore. Nonno poi prese il tifo, nonna risaliva lo stivale in treno, con i bambini di pochi anni, che strillavano per la fame.

Il vecchio signore di Ortigia esordiva sicché ” mia cara Signora, le scrivo con l’aiuto del figlio, perché non so usare il computer” e così via. Lessi e rilessi la mail almeno dieci volte. Ero felice, presumo, dimenticavo l’offesa subita, il tradimento, la partenza. “Sono alla fine dei miei giorni, mia cara Signora” scriveva il bersagliere. Avevo poche righe e il pezzo poteva chiudersi (l’articolo cioè). E chiosai: “Ho accompagnato con gli occhi pullman in partenza, ho immaginato ritorni di salvezza, mi sono strappata il cuore dal petto per renderli credibili”. Ho spedito il pezzo in redazione. Pensavo al vecchio signore di Ortigia. Sorridevo, sì.

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