sarei tornata al tempio

Rimaneva la questione del linguaggio. Il linguaggio della vita dell’uomo di strada: ma chi era costui? Avevo l’impressione di incontrare una manciata di ovvietà tutte le volte. Ma chi è quest’uomo di strada? riflettevo con stizza molto spesso. Non certo Dario, Dario no non lo era, non era l’uomo ordinario e tuttavia non nascondeva verità diverse. Non amo le domande. Se sono curiosa, lo sono nella misura in cui le cose mi si rivelano avverse o noiose, questa era una confessione. Raccontavo la città nel suo profilo più ostile o muto, nella sua consuetudine più amara e segreta. Dovevo governare la scrittura, non cedere ai bordi, malgrado la vocazione a farlo. Il mio amico fotografo non si trattenne e sbottò un giorno: “tu sei pazza, lo dico sul serio, la gente non ti capisce”. Circolavano strane leggende su non meglio identificati lettori, per certuni a spasso ancora col sussidiario evidentemente. I lettori. Hanno bisogno che si racconti qualcosa, qualcosa che riesca a pulsare ancora, a sanguinare chessò, qualcosa che viva, e l’uomo di strada lo abbiamo già mummificato con certe frasi tanto ragionevoli quanto trapassate, o peggio con idiomatismi da gadget, utilizzati allo scopo di chiudere un pezzo, stop, o aprirlo convenzionalmente. Ad ogni modo, sarei tornata al tempio.

(continua)

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