la vedova bianca

Forse era Natale. Un cinese al tempio vendeva accendini, indossando il berretto rosso con la coccarda. C’era da morir dal ridere. Non ne avevo voglia. Il viale era illuminato di lucine blu, sembrava una pioggia frastagliata, fiori penduli a calare sulla strada. Il senso di perdita mi ossessionava, leggevo presagi spaventosi ovunque. il paesaggio domestico intimo che avevo dovuto abbandonare tormentava il mio sonno. Era accaduto davvero troppo presto, non c’era stato il tempo, lo stigma della donna abbandonata mi avrebbe perseguitato, ormai lo ero per tutti, la sposa della giovinezza tradita, che non ha mantenuto saldo il suo talamo, poi leggevo Isaia e mi acquietavo. Anni dopo, quello strazio divenne un passo del mio romanzo (Sangue di cane, nda): “(…)Ero la vedova bianca che Isaia esortava a giubilare(…)”. Una riga profonda scendeva giù dalla guancia, la notavo ogni mattina, una smorfia, non so, un ghigno pauroso. Ero un mostro, una creatura senza anima, l’avevo persa. Cosa mi avete fatto? Urlavo nel mio sonno di morte. Nel sonno la voce si perdeva in gola, il suono era gutturale, era un rantolo.

(continua)

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