siamo soli fino alla fine

Il pezzo bisognava finirlo e spedirlo in redazione entro la tarda mattinata. La città mesta mi irritava oltre che intristirmi come una mannaia, implacabile sul mio orizzonte di piombo. Il dopo cenone era un gran castigo per tutti, meditavo, il dopo panettone farcito ancora peggio, non c’era alcun “wonderful world” su cui giubilare. Le sfere colorate liberavano gli abeti del loro insulso peso, addobbi per scatolame, figuriamoci. Battevo sui tasti, pensando alla metropoli di Buzzati. La mia città non  è la metropoli di Buzzati, non ha falansteri, ha un grigiore di vicoli piuttosto, un dopo festa comune, i soliti inferni, vecchi e anche nuovi. Vegliavo sul resto, del resto non mi importava, ma bisognava chiudere il pezzo con il resto delle cose. La mia festa non brillava, niente luminarie, festa da retrobottega al massimo, da creduloni retrattili alle lampadine colorate. Meditavo, battendo sui tasti: siamo penitenti senza volerlo, siamo soli fino alla fine, siamo una pegoliera dove bolle la pece dei nostri dolori. Rischiavo grosso. Patetismo innanzitutto. Melanconia poi; ridondanza di sentimenti, quindi. Inutili, quindi.

(continua)

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