l’avrei chiamata Jolka

Non ho più addobbato l’albero, non so chi abbia liberato il mio abete, in quel Natale del 2006. Al tempio vedevo il signor M., l’uomo della Ronda, delle coperte e dei thermos di latte caldo da distribuire ai lerci, la notte. Lerci era un termine che cominciavo ad avere a noia, lo usavo come sostantivo molto spesso. Il signor M. mi aveva informato sulla salute di Jolka, malata di cancro al seno. Jolka viveva nella casa occupata dai polacchi, il rudere di via Nino Bixio. Pensavo che l’avessero abbattuta o murata. Sfondavano comunque, i barboni, devo desumere. Jolka aveva il braccio destro spaventosamente gonfio, continuava a bere, a dormire dove capitava, ad andare con chi capitava. Il personaggio di Jolka torna spesso nel romanzo Sangue di cane, la chiamo col suo vero nome. Mentre qui la chiamo Jolka, nel pezzo l’avrei chiamata Jolka. Quale strano pudore mi trattiene, cosa c’è di più vero di un romanzo e di più falso di un pezzo di metacronaca? Chi intendevo proteggere? Non credo Jolka, il fatto è che in letteratura la verità non si può dire se non mentendo, me lo confidò uno scrittore vero, Dario Voltolini, parecchi anni fa. Nel romanzo chiamo Jolka col suo vero nome, ma le attribuisco un destino diverso da quel che realmente le accadde. Non è il caso di spiegare didascalicamente personaggi, trame e snodi, anche perché non son sicura siano all’altezza. Ricordo scritti sugli apolidi dell’est che a Natale avrebbero versato lacrime nere sulla zuppa di cetrioli e panna acida, ho smesso con l’apologia dell’emigrante ok? con l’emigrante che conta sulle dita i chilometri in mezzo tra lui e il mondo giusto, che è sempre quello degli altri. Sì, ho accompagnato con gli occhi pullman in partenza destinazione Ostrowiec, Kielce, Konskie, Tomaszow; dovevo guardare oltre, spegnere tutti i neon in città, le lucine sfolgoranti del corso, riporre il fazzoletto bianco in borsa, scrollare le spalle, augurare buon viaggio al drop out senz’anima. Dovevo guardare oltre.

(continua)

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