era gennaio

Mi avrebbe salvato il cavaliere errante, perché tutti lo chiamavano così in Ortigia. E’ un poeta, l’ebreo. Lo vedevo ogni tanto, scriveva su carta di papiro, versi in dialetto di solito, i beceri lo seguivano. Dario il tossico, la povera compagna. Mi avrebbe salvato lui. Per il resto era una commemorazione continua, il resto, quel che finiva nei miei pezzi, erano requiem.

Un giorno la donna disse (scrivevo nel pezzo da spedire in redazione), dunque un giorno la donna disse:”Ho un marito alcolizzato, suora, mi ha tradito, mi dia una mano, suora”. Sopra la rocca, a sud della città, c’è una piccola chiesa dove è affisso un quadro accanto all’altare in cui il Figlio dell’Uomo si mostra sospeso sulle acque, il Sacro Cuore è trafitto e sanguinante e invita al perdono.

Suora, è una prova questa?

I giorni erano freddi, le feste erano andate. Era gennaio. La casa era chiusa, lei possedeva le chiavi, ancora; ricordava a memoria i punti a croce sulle tendine del bagno che aveva provato a lavare senza candeggio, e invece doveva andare via, soltanto l’indomani. Una bottiglia di acqua minerale abbandonata sul tavolo della cucina, la cucina era nuova, da pagare a rate. Sull’asse da stiro giaceva l’ultimo bucato. Chiuse virgolette.

(continua)

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