Monthly Archives: November 2012

l’avrei chiamata Jolka

Non ho più addobbato l’albero, non so chi abbia liberato il mio abete, in quel Natale del 2006. Al tempio vedevo il signor M., l’uomo della Ronda, delle coperte e dei thermos di latte caldo da distribuire ai lerci, la notte. Lerci era un termine che cominciavo ad avere a noia, lo usavo come sostantivo molto spesso. Il signor M. mi aveva informato sulla salute di Jolka, malata di cancro al seno. Jolka viveva nella casa occupata dai polacchi, il rudere di via Nino Bixio. Pensavo che l’avessero abbattuta o murata. Sfondavano comunque, i barboni, devo desumere. Jolka aveva il braccio destro spaventosamente gonfio, continuava a bere, a dormire dove capitava, ad andare con chi capitava. Il personaggio di Jolka torna spesso nel romanzo Sangue di cane, la chiamo col suo vero nome. Mentre qui la chiamo Jolka, nel pezzo l’avrei chiamata Jolka. Quale strano pudore mi trattiene, cosa c’è di più vero di un romanzo e di più falso di un pezzo di metacronaca? Chi intendevo proteggere? Non credo Jolka, il fatto è che in letteratura la verità non si può dire se non mentendo, me lo confidò uno scrittore vero, Dario Voltolini, parecchi anni fa. Nel romanzo chiamo Jolka col suo vero nome, ma le attribuisco un destino diverso da quel che realmente le accadde. Non è il caso di spiegare didascalicamente personaggi, trame e snodi, anche perché non son sicura siano all’altezza. Ricordo scritti sugli apolidi dell’est che a Natale avrebbero versato lacrime nere sulla zuppa di cetrioli e panna acida, ho smesso con l’apologia dell’emigrante ok? con l’emigrante che conta sulle dita i chilometri in mezzo tra lui e il mondo giusto, che è sempre quello degli altri. Sì, ho accompagnato con gli occhi pullman in partenza destinazione Ostrowiec, Kielce, Konskie, Tomaszow; dovevo guardare oltre, spegnere tutti i neon in città, le lucine sfolgoranti del corso, riporre il fazzoletto bianco in borsa, scrollare le spalle, augurare buon viaggio al drop out senz’anima. Dovevo guardare oltre.

(continua)

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siamo soli fino alla fine

Il pezzo bisognava finirlo e spedirlo in redazione entro la tarda mattinata. La città mesta mi irritava oltre che intristirmi come una mannaia, implacabile sul mio orizzonte di piombo. Il dopo cenone era un gran castigo per tutti, meditavo, il dopo panettone farcito ancora peggio, non c’era alcun “wonderful world” su cui giubilare. Le sfere colorate liberavano gli abeti del loro insulso peso, addobbi per scatolame, figuriamoci. Battevo sui tasti, pensando alla metropoli di Buzzati. La mia città non  è la metropoli di Buzzati, non ha falansteri, ha un grigiore di vicoli piuttosto, un dopo festa comune, i soliti inferni, vecchi e anche nuovi. Vegliavo sul resto, del resto non mi importava, ma bisognava chiudere il pezzo con il resto delle cose. La mia festa non brillava, niente luminarie, festa da retrobottega al massimo, da creduloni retrattili alle lampadine colorate. Meditavo, battendo sui tasti: siamo penitenti senza volerlo, siamo soli fino alla fine, siamo una pegoliera dove bolle la pece dei nostri dolori. Rischiavo grosso. Patetismo innanzitutto. Melanconia poi; ridondanza di sentimenti, quindi. Inutili, quindi.

(continua)

la vedova bianca

Forse era Natale. Un cinese al tempio vendeva accendini, indossando il berretto rosso con la coccarda. C’era da morir dal ridere. Non ne avevo voglia. Il viale era illuminato di lucine blu, sembrava una pioggia frastagliata, fiori penduli a calare sulla strada. Il senso di perdita mi ossessionava, leggevo presagi spaventosi ovunque. il paesaggio domestico intimo che avevo dovuto abbandonare tormentava il mio sonno. Era accaduto davvero troppo presto, non c’era stato il tempo, lo stigma della donna abbandonata mi avrebbe perseguitato, ormai lo ero per tutti, la sposa della giovinezza tradita, che non ha mantenuto saldo il suo talamo, poi leggevo Isaia e mi acquietavo. Anni dopo, quello strazio divenne un passo del mio romanzo (Sangue di cane, nda): “(…)Ero la vedova bianca che Isaia esortava a giubilare(…)”. Una riga profonda scendeva giù dalla guancia, la notavo ogni mattina, una smorfia, non so, un ghigno pauroso. Ero un mostro, una creatura senza anima, l’avevo persa. Cosa mi avete fatto? Urlavo nel mio sonno di morte. Nel sonno la voce si perdeva in gola, il suono era gutturale, era un rantolo.

(continua)

sarei tornata al tempio

Rimaneva la questione del linguaggio. Il linguaggio della vita dell’uomo di strada: ma chi era costui? Avevo l’impressione di incontrare una manciata di ovvietà tutte le volte. Ma chi è quest’uomo di strada? riflettevo con stizza molto spesso. Non certo Dario, Dario no non lo era, non era l’uomo ordinario e tuttavia non nascondeva verità diverse. Non amo le domande. Se sono curiosa, lo sono nella misura in cui le cose mi si rivelano avverse o noiose, questa era una confessione. Raccontavo la città nel suo profilo più ostile o muto, nella sua consuetudine più amara e segreta. Dovevo governare la scrittura, non cedere ai bordi, malgrado la vocazione a farlo. Il mio amico fotografo non si trattenne e sbottò un giorno: “tu sei pazza, lo dico sul serio, la gente non ti capisce”. Circolavano strane leggende su non meglio identificati lettori, per certuni a spasso ancora col sussidiario evidentemente. I lettori. Hanno bisogno che si racconti qualcosa, qualcosa che riesca a pulsare ancora, a sanguinare chessò, qualcosa che viva, e l’uomo di strada lo abbiamo già mummificato con certe frasi tanto ragionevoli quanto trapassate, o peggio con idiomatismi da gadget, utilizzati allo scopo di chiudere un pezzo, stop, o aprirlo convenzionalmente. Ad ogni modo, sarei tornata al tempio.

(continua)

mia cara Signora

La rubrica andava, era cosa fatta. Ricevetti la prima mail di un lettore, ” mia cara Signora” esordiva. Un anziano di Ortigia, bersagliere nella grande guerra. Mi venne in mente il nonno maresciallo e tutte le volte che mi raccontava la storia del bandito Giuliano a Balestrate, lui umbro, appena insediato nel microcosmo di una paesino del palermitano. A nonno piaceva il bandito Giuliano. E quel modo cerimonioso, ma gentile, di esordire mi ricordava nonno, quando raccontava del bandito Giuliano, che a lui piaceva sì, che tutto sommato, anzi senza tutto sommato, per il nonno era un uomo di valore. Nonno poi prese il tifo, nonna risaliva lo stivale in treno, con i bambini di pochi anni, che strillavano per la fame.

Il vecchio signore di Ortigia esordiva sicché ” mia cara Signora, le scrivo con l’aiuto del figlio, perché non so usare il computer” e così via. Lessi e rilessi la mail almeno dieci volte. Ero felice, presumo, dimenticavo l’offesa subita, il tradimento, la partenza. “Sono alla fine dei miei giorni, mia cara Signora” scriveva il bersagliere. Avevo poche righe e il pezzo poteva chiudersi (l’articolo cioè). E chiosai: “Ho accompagnato con gli occhi pullman in partenza, ho immaginato ritorni di salvezza, mi sono strappata il cuore dal petto per renderli credibili”. Ho spedito il pezzo in redazione. Pensavo al vecchio signore di Ortigia. Sorridevo, sì.

scriverai di me? ho detto sì

Devi conoscere lei. Sì la conosco, dissi, si chiama Laura. La vedevo al parco. La amo, disse con gravità. Sei fatto. No, disse, solo un po’. Non avevo spiccioli, ma tanto poi vai a cercarla, realizzai. Si alzò, sgranchendosi le gambe, con lentezza. Cercare cosa? La roba, cosa sennò. La donna chiedeva più avanti, la riconobbi, il suo caschetto castano, vestiva sempre di nero, anche quando veniva al parco e sedeva sulle panche dei giardini dove gli altri bevevano, dove c’era Massoud che poi andava in epilessia. E c’era lui che mi  urlava: vai, kurwa, iebana, togli tuo culo da questa merda. Massoud alzava il braccio, “te tagli gola” e sputava in terra, lui gli rideva in faccia e beveva dal cartone. Laura rullava la sua sigaretta, io fumavo la mia, poco più in là.

Dario, non c’eri al parco. Si teneva le braccia incrociate strette e agitate da uno strano  movimento, capivo che stava tremando. Dario guardava verso il vicolo da cui sbucavano le solite tre vecchine. Mi aveva consegnato il moleskine, era distratto. Dario, devo scrivere. Vai, sì, disse. Lo salutai, rimase in piedi, le braccia strette, non somigliava per niente al ragazzo del liceo che suonava il piano. Mi sentii chiamare, voltandomi, Dario mi disse ciao, tu sei uguale. Disse io no, ti ricordi che ero sfigato, adesso no, no. E tu? Scriverai di me? chiese. Ho detto sì.

ho mentito, ho detto sì

Sedevo al tempio. Le tre vecchine passavano alla stessa ora, provenivano da una via stretta e buia, dietro la chiesa di San Paolo. Un fondaco antico come l’edera sui ballatoi profumava di sapone e caffè appena macinato, lo scorgevo all’angolo. L’eroinomane chiedeva chino, accovacciato ai piedi di una fontanella, gli zingari col cucù erano terribili caminanti, italiani, di Pachino. Realizzavo che in fondo potevo anche non chiedere all’uomo della strada, che forse me ne fottevo bellamente dell’uomo della strada. L’ho detto. Che tutto sommato cento ottanta duecento righe potevano esaurirsi dentro una lunga descrizione dell’ambiente o in una successione di riflessioni. Poi ho capito che erano le mie, personalissime, mie, erano proiezioni. Avrei parlato ancora una volta di me, e ogni dettaglio era il compromesso tra me e le cose. Chiesi all’eroinomane: sei tu? sei Dario? Sì, rispose. Dario del liceo, chiesi. Fece sì con la testa. Come siamo diventati, sussurrò con la sua voce bella e la dizione perfetta. Tu suonavi il piano, dissi. Non più, non più, ammise. Io ti vedo sempre Dario, ma che cacchio, Dario. Alzò gli occhi opachi verso i miei. Conosci la tristezza chiese. Ho annuito. Volle vedere il moleskine, lo girò tra le mani, lo aprì e lesse ad alta voce, senza chiedere permesso: “(…)Non è mica un cinico, anzi era un ottimista, era uno scrittore promettente, con una deliziosa visione del mondo. E adesso sta a trafficare con un tachimetro e roba così, good morning, monsieur, tank you very much(…)”. Cos’è? Dissi: è la città racconta. Parli di me? Mentii, dissi sì.

(continua)