Monthly Archives: December 2012

L’ultimo dell’anno

L’ultimo dell’anno. Il professore teneva la radiolina accesa. Tu facevi a botte, eri al parco, i fuochi esplodevano in cielo, tu miravi alla fronte del rumeno. Bisogna saperle dare le craniate, diceva Mariusz, senza perderci il dente.

Era l’ultimo dell’anno. Poi feci un sogno, ancora uno. Scrissi tutto.

“(…)Sognai Perhan, ieri l’altro; alle spalle avevamo il fiume dei genocidi, urlavamo atoni, protendevamo braccia e mani verso il buio sanguinolento, c’era un’edicola infernale e noi lì oscillavamo terrorizzati, seguendo il corso della corrente, in prossimità di un altarino di donne senza denti e senza latte; giumente prive di mammelle; uomini evirati. Noi eravamo il simbolo di ogni Bosko e Admira del mondo, gli amanti su un monte di cenere, l’armonica di ogni cadavere, un cimitero di Lukavica, una lapide sul trionfo nazionalista di una terra polveriera(…)”. (tratto da Sangue di cane, Laurana)

Advertisements

nella nostra debolezza dimora l’Eterno

Mia madre voleva tornare a San Pietro, rivedere la Veronica, che le ispirò il mio nome. Non sapeva nulla di quella donna, poi divenuta Santa. Ora capisco alcune cose. Nella mia debolezza si è manifestata la potenza di Dio. Nella nostra debolezza dimora l’Eterno. Anche in dormitorio sarà l’ultimo dell’anno. La signora Anna verrà a controllarti, tu dormirai ancora, lei acquieterà allora la sua inquietudine, stai bene, vuol dire che stai bene. Hai una brutta tosse, da mesi.

Mi siedo sul letto, non vado al tempio, non voglio incontrare l’ebreo, voglio evitarlo, evitare le vecchine, siedo sul letto e aspetto che il sole mi riscaldi, perché è strano sai? E’ lo stesso sole di certi nostri pomeriggi. Oggi non so che farmene, e ho detto un abominio. Che Dio mi perdoni.

(continua)

Un libro aumano, selvaggio, dionisiaco

Anelli che non tengono, fili da disbrogliare

Sgradevole e un po’ ridicolo parlare di ingiustizia quando si è direttamente coinvolti. Più facile e meno sospetto è farlo quando tocca ad altri, lo scacco. A persone con cui non c’è nessun rapporto, nessun nesso di convenienza. Una delle ingiustizie letterarie più clamorose degli ultimi tempi è quella che è capitata a Sangue di cane, romanzo di una scrittrice siciliana, Veronica Tomassini, testo così evidentemente superiore a quanto si scrive oggi in narrativa che lo si dovrebbe proclamare ai quattro venti, in questo momento di stucchevolezza insopportabile dell’editoria, borghese quanto può essere borghese e avvilente il lettino di uno psicanalista.

E’ così evidentemente superiore Sangue di cane – come d’altronde lo era Accabadora di Michela Murgia rispetto alla nenia infelice e morbosetta di un Acciaio, testo furbissimo, di cui è bello (veramente bello, bisogna riconoscerlo) solo il titolo, promessa di verismo non mantenuta. Nonostante l’orrore e la sgradevolezza dell’ambientazione, nonostanteSangue di cane sia pieno di parassiti e marciumi, di ‘schiuma’, è uno dei pochissimissimi romanzi che valga davvero la pena leggere, per la sua forza, la sua asprezza, il suo estremismo, la sua nostalgia di mistica e approdi celesti. Perché è di sangue che parla, e non di ‘problematiche’. Perché è quello che l’arte dovrebbe essere: scuotimento, irruzione dell’impensato e dell’inaudito, meraviglia.

Il libro deve esserci superiore, altrimenti possiamo fare a meno di perdere del tempo a leggerlo. Deve farci vacillare, quasi abbatterci, se vuole renderci più forti. Questo dovrebbe essere, il libro, l’arte. Fuori dal seminato della ragionevolezza, della ‘modestia’, via via anni luce distante dal nostro salotto buono, dai casi minuti dell’esistenza. Non deve aiutarci a dimenticare, ma farci ricordare, inchiodarci di fronte alle questioni radicali della vita, parlarci di fatalità, di tragedia, non di depressioni, di nevrosi, di piccoli intoppi dell’inerzia quotidiana. Non deve consolarci della nostra imperfezione individuale, rispecchiandoci. Non deve ribadire il già noto, ma descrivere l’ignoto, o quanto abbia indovinato di esso. Ci si deve perdere, in un libro, sparire come ‘io’ capricciosi, non ritrovarsi.

L’errore peggiore, più grottesco e volgare, sarebbe esaltare Sangue di cane per ragioni morali, sociali, ‘umane’. E’ un libro aumano, selvaggio, dionisiaco: non lo si voglia rimpicciolire, addomesticare.

5 luglio 2011

tratto da http://www.edizionidiar.it/cultrura/anelli-che-non-tengono-fili-da-disbrogliare.html

quel numero zero in dodici copie

con Matteo B Bianchi

Matteo, la tua rivista, ‘tina, è considerata un cult, crocevia del meglio che abbiamo (autorialmente) in letteratura. Cosa rappresenta per te tina, quando e perché l’hai fondata?

Ho fondato ‘tina sedici anni fa in un pomeriggio, assemblando racconti di amici che, come me, all’epoca erano esordienti totali.  E’ stato un semplice lavoro di taglia e incolla: ho preso i loro dattiloscritti, ci ho aggiunto una mia introduzione e li ho impaginati in maniera molto artigianale. In un caso particolare si vede persino che il foglio è accartocciato, perché in effetti l’avevo buttato nel cestino per errore, poi sono andato a recuperarlo, cercando di appiattirlo il più possibile, ma è risultato tutto ondulato comunque. Questo per dirti quanto poco professionale fossi. Avevo una tale urgenza di realizzare quel progetto, che mi preoccupavo solo di metterlo in piedi.

Ho fotocopiato quel numero 0 in dodici copie e le ho spedite ai singoli autori e a qualche amico extra.

E’ cominciato tutto così.

Poi, non so come, ‘tina ha cominciato a girare: mi arrivavano a casa lettere di sconosciuti che mi mandavano i loro racconti in lettura, gli amici scrittori la passavano ad altri amici, insomma, in breve ho raccolto materiale sufficiente per realizzare nuovi numeri e da allora non ho mai smesso.

Le prime uscite sono state cartacee, poi ho trasferito tutto sulla rete, trasformando la rivista in una webzine.

Nel corso di questi anni hanno mosso i primi passi su ‘tina diversi autori diventati poi celebri.

Mi sono anche divertito a sperimentare soluzioni diverse: numeri a tema, dizionari, uscite monografiche dedicate a un solo testo o a un singolo autore… Una volta ho persino stampato un racconto su un cartoncino e l’ho spedito in giro. Si chiamava ovviamente “‘tina in cartolina”.

Ho sempre cercato di conservare un carattere ludico, di assoluta spontaneità, nella sua realizzazione.

‘tina rappresenta il mio modo, personalissimo, di mantenere un contatto sempre vivo con ciò che di nuovo sta succedendo nella scrittura. E anche la possibilità, seppur simbolica, di dare una mano a chi si sta addentrando nel mondo della letteratura. 

 Immagino che attraverso tina hai chiuso il cerchio, se si può dire, col tuo lavoro di scouting. Hai mai lanciato un autore attraverso questo canale, appunto attraverso ‘tina?

A dir la verità, quando ho cominciato a fare ‘tina io stesso ero un autore ancora inedito, quindi più che chiudere il cerchio direi che l’ha aperto. La rivista è nata per unire scrittori in erba che, come me, stavano cercando di esordire in qualche modo. I primi numeri della rivista contenevano racconti di Tiziano Scarpa, Paolo Nori, Marco Mancassola, Piersandro Pallavicini… gente che all’epoca non aveva ancora pubblicato nulla, o quasi, e che di lì a breve sarebbe arrivata presso le più grandi case editrici italiane. 

Come riconosci il talento? E dunque l’autore da pubblicare?

Se parliamo di scrittura valida, in genere bastano poche righe per capire se un autore ha un livello buono o se è un disastro. Il problema è un altro: ci sono molti aspiranti scrittori che sanno scrivere mediamente bene, ma non hanno niente da dire o nessuna personalità stilistica. E questa è la cosa più difficile da spiegare e motivare quando qualcuno ti chiede un’opinione sul proprio lavoro.

Per quel che concerne il materiale che pubblico su ‘tina ho una specie di mia formula in testa. In genere il racconto mi deve sorprendere, in qualche modo: per il tono, per il linguaggio, per la trama inaspettata, per la struttura originale. A volte può essere un solo particolare, magari un finale imprevisto oppure la capacità dell’autore di rendere in maniera efficace una certa angoscia adolescenziale o di riprodurre la lingua parlata in un determinato ambiente di lavoro… Diciamo che il racconto deve distinguersi rispetto alle decine di altri che mi vengono sottoposti e in genere questa sua differenza salta all’occhio, almeno per me.

Se devo racchiudere ciò che pubblico in una definizione, in genere utilizzo quella di letteratura “pop”, ma mi rendo conto che è molto vago…

Quando ho curato delle antologie letterarie mi è capitato di selezionare autori che non corrispondessero ai miei gusti personali, ma il cui talento mi sembrava innegabile. Se mi chiedono di assemblare una raccolta di buon livello letterario non devo assecondare miei gusti o capricci. Quello lo faccio liberamente solo con ‘tina.

Chi ti sei perso, tra questi? Chi avresti voluto pubblicare e non hai potuto per qualche ragione? 

Su ’tina ho pubblicato sempre tutto ciò che ho voluto. Il bello di essere direttore e unico redattore di una rivista è che devi rispondere solo a te stesso e seguire i tuoi gusti (il che, come dicevo prima, è ben diverso dall’essere curatore di un’antologia).

Mi è capitato invece di perdere degli autori lavorando con le case editrici.

Ricordo, per esempio, che quando collaboravo con Baldini & Castoldi (oggi Dalai editore) avevo proposto il primo romanzo di Marco Mancassola, che era stato rifiutato (in seguito lo pubblicò Mondadori). L’estate scorsa mi ero innamorato del romanzo di un autore, Sandro Campani, che aveva già pubblicato per due piccoli editori. Volevo assolutamente inserirlo nel catalogo Indiana, ma ce l’ha soffiato Rizzoli.

Ogni tanto in questo lavoro devi imparare a rinunciare, a capire che il tuo buon fiuto non basta. Però mi consola vedere che autori sui quali avrei puntato poi fanno carriera altrove. Significa che comunque ci avevo visto giusto. (Ovviamente succede anche il contrario: autori che segnalo, vengono pubblicati e poi non hanno il riscontro che mi auguravo. Sono i rischi del mestiere).

E poi c’è “Il dizionario affettivo della lingua italiana”.

E’ un libro nato da un numero speciale di ‘tina. Avevo avuto questa idea di chiedere ad alcuni amici scrittori quale fosse la loro parola preferita e perché. Avevo raccolto le loro risposte in forma di dizionario e le avevo pubblicate. Erano circa una trentina.

Il numero aveva avuto da subito molta fortuna, era stato segnalato da qualche quotidiano, gli autori presenti se ne erano entusiasmati e avevano cominciato a diffonderlo in rete. La cosa ha destato l’interesse di Giorgio Vasta, che all’epoca curava una collana per la scuola Holden pubblicata da Fandango, e mi aveva proposto di trasformarlo in un dizionario vero e proprio.  Io ho accettato a patto che lui stesso mi aiutasse nell’impresa. Mettendo insieme le nostre comuni conoscenze siamo riusciti a realizzarlo nel tempo record di soli sei mesi.

Purtroppo il testo è capitato in un periodo particolare per Fandango: stavano cambiando direttore editoriale, la collana curata da Vasta è stata chiusa e la gestazione del volume è stata un po’ travagliata. Per dire, non abbiamo potuto scegliere una copertina o un’edizione adatta (nei nostri progetti avrebbe dovuto avere anche l’aspetto del classico dizionario rilegato, invece è stato pubblicato in formato paperback con un incongruo cuore in copertina). Malgrado questi intoppi, alla sua pubblicazione (nel 2008) il libro ha avuto un ottimo riscontro: ne hanno parlato con risalto tutti i quotidiani, ha avuto due ristampe e ha dato via (direttamente o indirettamente) a una serie di eventi paralleli. Ricordo che quell’anno il festival di Pordenone  chiedeva a tutti gli scrittori partecipanti di selezionare la propria parola preferita da mettere sul sito del festival, la trasmissione letteraria di Radio Rai Tre Farenheit ha posto la la stessa richiesta agli ascoltatori…

L’anno scorso ho realizzato un nuovo numero di ’tina dove ho esteso la partecipazione ad autori che avevano esordito dopo il 2008 o che erano sfuggiti alla prima edizione. Si trova on line qui (www.matteobb.com/tina/issueSP2index.html).

A tuo avviso, dove sta andando la letteratura? 

Dove le pare.

matteo b bianchi

Matteo B. Bianchi ha pubblicato quattro romanzi (l’ultimo è “Apocalisse a domicilio”, Marsilio), è editor presso la casa editrice Indiana ed è uno degli autori della trasmissione tv “Quelli che il calcio” (Rai Due). Il suo blog è: matteobblog.blogspot.com

un amore scandaloso

Mi sono svegliata con in testa un assillo, l’amore è scandaloso, altrimenti non è. Avevo sognato appena prima la tua Milano, caliginosa e ostile. Chiamavi da una cabina, ma esistono ancora? Chiamavi con una voce affaticata, il respiro corto, mi hanno fatto qualcosa, dicevi. Tornano i demoni, i nostri lemure beffardi, tornano, eccoli. Ti vedo emergere dagli intestini paurosi di quell’albergo palazzo oramai cadavere, dove riparavate con i compagni del parco. Ti vedo emergere, non un giglio, non un narciso, ma un mostro, grondante di sangue e con i vestiti laceri. Ti potevano ammazzare. Sei uno sciocco, non devi sfidare la sorte troppe volte.

L’amore è scandaloso, porta la rivoluzione, altrimenti non è. Non ama le buone maniere, le frasi di circostanza, gli inchini, i nostri mediocri impliciti patti con la ragion dovuta, il pudore, il decoro. E’ un fatto.  Conosco un pittore, un ex internato, lui ne sa più di me, vive con una nevrastenica, si fanno di lsd, non hanno altro che tavolozze e trip da consumare, prima che siano le circostanze il decoro il pudore a consumare loro. Oleg l’ucraino di Odessa, che odiava i fagioli come le isbe da cui proveniva, amava Esnedy. Ed era un amore scandaloso, perché Oleg tremava, era il bambino sudicio con il mento sul tavolo, la zuppa di fagioli rancidi sulla mensola, un paio di lividi sulla fronte. Oleg odiava le isbe. Amava Esnedy, cubana. Non domandarmi quale uomo mi abbia mai amato, non aggiungere per favore più di te. ♥

(continua)

In exitu. In stazione centrale.

L’uomo dell’est non è in stazione. Noto il teatro degli Arcinboldi. Torno in centrale. Incontro Mario, è un omone. Mi stende la mano, sono Mario binario dodici forse quattordici. Ecco quel forse mi ha fatto commuovere. Sono all’altezza di piazza Andrea Doria. Mario sta con una polacca, so che è polacca, “Jak sie masz”, dobrze, taak, dobrze. E’ polacca, sì. Parla al cellulare. Dorme in stazione, non so dove. Non dorme con Mario. Quarantina d’anni, suvvia, portati benino, salvo tutto il resto, cioè l’alcol, la stazione, i cartoni. La morte di un immigrato l’ho appena letta sulle notizie meteo. Gli effetti del freddo, le gelate sulle campagne, un indiano che muore in un quartiere di Roma, muore assiderato, il lancio nelle news del meteo. Io sono a Milano però, all’altezza di piazza Andrea Doria. L’uomo dell’est che ha bisogno di cure è ovunque, non esiste. Penso alla segreta costernazione con cui ho fissato il teatro degli Arcinboldi. E’ tutto così tragico, certo. Il bresciano, il tossico, mi avvicina di nuovo, chiede d’accendere, mi dà una dritta. “Prova in mensa a San Francesco, domani”. Qui, mi urla dietro poi, inspiegabilmente, non moriremo mai mai mai. In che senso, di freddo, di fame?  Ci sono le navette dei volontari, le associazioni, io cerco un uomo e non lo trovo. E se per caso ascoltassi una frase lapidaria, lo stigma, la vergogna, qualcuno al di là dal cavo che sussurra “è un barbone”, non inorridirei. No, per niente.  Tutti gli anni si fa la conti dei morti assiderati, e tutti gli anni a legger i necrologi sui giornali, che poi son notizie, penso a Orhan Pamuk e al suo romanzo “Neve”. Scrive Pamuk che bastano tre minuti per scivolare nel sonno perenne. Morire di freddo, come un certo Miroslaw che morì dalle mie parti, una città del sud, sopra una pietra, una notte piena di stelle, nel mese di dicembre. Miroslaw Dobek, polacco, 58 anni, passaporto ancora nella giubba. Qualche giorno di troppo in dormitorio, nessuno che se lo venisse a prendere. Dunque il bresciano mi avverte di star tranquilla, la mattina c’è il Pane quotidiano, quell’uomo lì, dice il bresciano, va al Pane Quotidiano. Al Pane quotidiano distribuiscono alimenti. E’ un pellegrinaggio, avvilente, al contrario, è nobile invece. Il tossico chiede spicci, io mi faccio, dice. Sì certo, eroina anfetamine coca. Non bevo. Lascia perdere. Alcune ossessioni non ti mollano, fino alla fine, Christiane Felscherinow ad esempio, era un diario maledetto. E penso a Riboldi Gino, che era la pietà di Testori tutto sommato. In exitu. In stazione centrale.

tratto da Il fatto Quotidiano 27-12 -2012

 

Nella tessitura di un mistero – Poesie di Milo De Angelis

di Elio Grasso

La vita di Milo De Angelis è un mistero. Un mistero donato. Che sia stato il poeta da giovane, magro e febbrile, o quello maturo e ingigantito mentre percorre quasi di fretta – onnipresente borsa a tracolla – una strada di Milano, a rilasciare agli amici e agli estranei le sue poesie, non è ora dato sapere quale qualità di vita egli abbia assecondato per sé. Per sé una poetessa del valore di Giovanna Sicari, un figlio, e sei libri di poesia dal 1976 al 2005. Determinato dalla miriade di foglietti di varianti sparsi sul pavimento, o dalla creazione di un “canto”difficile”, con una carica propulsiva che non ha uguali nel nostro secondo Novecento, tranne forse che in quel Pavese che si annunciava nel lontano 1932 con i suoi primi versi pubblicati, I mari del Sud. Mistero legato ai passi sotto le tangenziali, specie di moderno Icaro terreno occupato a circondare Milano con i suoi versi, dando alle parole il significato di Oceano ostinato e onnipresente: “Nostra Signora degli insonni, / custodisci queste vene che furono marea, / voce spartita in assemblea e inchiostro, / polvere di una gioia colpita / ad altezza d’uomo…”. Nessun incaglio visibile, o se c’è stato, è rimasto nella tessitura di quel mistero. Perché le poesie di Milo sono come i quadri di Bacon, sembra che tutto sia deforme, incomprensibile, imprendibile, poi ci si accorge di colpo che tutto non può che essere così, proprio in quel modo, esatto, dato: “Noi portiamo alla terrestre / uno sposo, sempre nello stesso / cuore: con le ossa della / grande madre graffiata / nei campi di carbonella…”. E’ l’effetto Novecento che ci pervade e che non faremo più in tempo a sciogliere. Le nostre generazioni si sono legate a questa discesa per certi modi meravigliosa, come se la verità avesse una sola direzione. Una sfida che rimane, ma alla poesia non importa se la vita ha blocchi o slarghi, strade o sentieri. Tutto questo si può leggere oggi nell’opera di De Angelis, trent’anni di poesia e di obbedienza come se l’uomo non avesse avuto altro da perseguire. Eppure dell’altro c’è stato. Ecco il mistero. Nessuna “occasione” montaliana rilanciata, come scrive Affinati nella magnifica presentazione. Occorre una serie di “momenti giusti”, con una presenza continua, anche a costo di pagarla cara. Non è tanto il fuoco, o la febbre, quanto una calma assorta, che quasi possa confondersi con la pratica laconica della parola. E lì dentro, come in una conchiglia, il rumore della città diventa soffio degli dei. Dai greci ad appena ieri, quasi una deformazione magnetica dello spazio, non c’è fuga di tempo, il tempo è sempre lo stesso. Eppure talvolta la poesia di Milo sembra estranea all’epoca in cui appare. E non certo per le visioni “moderne” e sironiane della sua città. Non si tratta di appellarsi a ciò che il suo sguardo vede, nessuno si sognerebbe mai di stare al posto di Bacon poco prima che la densa pennellata posi sulla tela la figura di un uomo nudo, o di un Papa impazzito. Chi oserebbe pensare che sta copiando Velásquez? E chi potrebbe, anche con mezzi critici formidabili, asserire che Milo porti Celan tale e quale o “somigliante” sulla sua pagina? Poi c’è il furore, altra sostanza da cui farsi possedere, senza equivoci o come un destino che appare all’improvviso: “L’inizio ci assale. Volevamo capirlo / alla velocità dei morti, perdonare / le mani, quando urlano che nessuno / udrà il fruscio di queste biciclette / tra quindici anni o un rovescio di pioggia…”. Il furore per una memoria che asseconda la determinazione del padre e della madre, sia che Milo in quel momento preciso si senta padre o figlio. Determinazione a legare, a trascinare o peggio a ripararci dal mondo, contadino o cittadino. Sopravvivere dunque è questo camminare senza mai fermarsi, in mezzo a tutte quelle cose che sapevano di poter dire: “era tanto che ti aspettavamo”. Ecco come si può pensare che il mistero della propria vita Milo non l’abbia lasciato a sé, povero e trasandato, ma l’abbia per così dire vestito di tutte le possibilità che la sua lingua poetica ha prodotto: l’intero spiegamento delle poesie mostra oggi quella “svolta del respiro” avvenuta molti anni fa e mai tradita. Un soffio venuto dall’antichità per alimentare i falò che rischiarano e rigenerano, e per insegnare a protendere nel tempo il potere espressivo, precedendo quel che resta del fuoco. Leggendo il Libro di De Angelis, così come si può leggere il Libro di Montale (un altro poeta novecentesco allo stesso modo avvinghiato alla propria lingua, almeno fino agli anni della Bufera), si intende come la storia sia stata messa al mondo fin dall’inizio, senza che nulla venisse regalato. Pellegrinaggi e speranze, amori e ferite, donne e farmaci, vino e morte vengono dotati di senso e rafforzati nell’intreccio scandagliante e “scandaloso” della vicenda poetica, sapendo bene l’uomo-poeta – dal profondo mistero in cui si trovava – quel che voleva essere, e tenendo stretto il timone nella propria traversata: “… un secolo intero scorreva / nei suoi movimenti / perché era l’unicità. / Eppure qualcuno, già salvo, / sfidando i suicidi vicino al letto e le pastiglie / che cadono dalle mani / qualcuno sta dicendo: / l’isola sarà guardata nella sua bellezza / non importa se da noi o da altri.”

Elio Grasso è nato a Genova nel 1951. Poeta, critico. L’ultima raccolta pubblicata è E giorno si ostina (puntoacapo, 2012). Ha tradotto Four Quartets di T.S. Eliot (Palomar, 2000), The Sonnets di W. Shakespeare (Dell’amore, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (Ai poeti e altre poesie, Via del Vento, 2012). Scrive sulle riviste “Poesia”, “Pulp-libri”, “Steve”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e altre. E’ stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale e in francese da J.-B. Para