Shalom era un tamil.

Shalom, dammi una rosa. Shalom era un tamil. Sono pericolosi mi disse il cavaliere errante. Non lui, non Shalom, Shalom è un bambino.

Dimmi il tuo nome.

Il mio nome è Shalom, signora. Prendi una rosa.

Allungai le mani verso di lui, le dita tremavano, come al solito. Shalom mi fissava stupito. Ero seduta, lui il piccolo costato, mi stava di fronte. Tremava. Shalom per il freddo. Io no.

Dove vivi, Shalom?

Vivo lassù, disse, indicandomi il tetto di un palazzo vittoriano. Non era vero, Shalom veniva da Palermo, con uno zio lustrascarpe. Shalom procedeva in salita, le fragili spalle coperte da una mantella a quadri. Il cavaliere errante sorrideva poggiato poco più in là. Lo mandai al diavolo. Vai via urlai, via.

(continua)

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