La fabbrica si stagliava nel cielo grigio di Lodz

Nella piccola chiesa di San Paolo si celebrava un funerale. Il cavaliere errante assisteva alla funzione. Io ho paura dei morti. Un compagno di Dario, l’eroinomane. Lui era morto. E c’erano i morti per metafora e quelli veri, c’erano gli schizofrenici che poi finivano a volar giù da una finestra. Sedevo al tempio. I miei articoli erano roba forte, altro che, mi vantavo con una vecchina con le gambe rovinate dalle varici. La vecchina faceva sì con la testa.

“Hai presente l’attacco?”. Attacco, incipit, come diavolo lo chiamate voi anziane della via Dione. La vecchina faceva sì con la testa, aveva la busta di cavoli comprati al mercato. “Io in tre parole ti dico tutto”. La vecchina aveva il sole in faccia, aveva gli occhi stretti stretti. Andò via, piano, un po’ zoppicando. Aveva un piede gonfio, lo notai in prospettiva. Scrivevo sul moleskine: La fabbrica si stagliava nel cielo grigio di Lodz come un fantasma, un casermone dall’aplomb vitreo. Dario aspettava la sua donna, fuori la porta della farmacia. Avevano comprato le siringhe e l’acqua distillata. Dario non suonava il piano da quando si faceva di eroina. E allora? Chi te le dice a te ‘ste cose. Odiavo la mia saccenza. Tutto sommato. Tu non racconti le storie, bella, racconti te stessa. Ero senza vergogna, accecata dalla rabbia e dal sole di un giorno di dicembre.

(continua)

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