tu sei veronica

Dario poteva finire in manicomio. Non che esistessero ancora. Dario, l’eroinomane, rischiava il ricovero coatto. Me lo disse il cavaliere errante. Il cavaliere errante parlava sempre di equazioni da chiudere, di catene infinite, di un dolore ereditato, giustificava tutti alla stessa maniera. Ma se quello si fa, cioè si droga, ma cosa cacchio c’entra tutto il resto? Mi fregiai di un’ignoranza spavalda, la mia ottusità serviva spesso all’occasione, era da servire su un piatto, suvvia. Tu sai chi sei? Chiese il cavaliere col suo sorriso calmo. Io sono una che scrive, dissi. Tu sei Veronica, disse lui. Veronica, veronica, il tuo nome, ricordalo, disse. Il mio nome.

Sedevo sulla panca, al tempio. Il cavaliere era poco più in là. Via, urlai. La maga passò allora, un tizio mi fece segno, con un dito sulla tempia, come per dire: sei pazza. Il cavaliere tolse lo sguardo, era indulgente, mi faceva incazzare di più. Mi prese per le spalle, un giorno, “Veronica: asciuga il volto del Cristo”. Tu lo hai fatto. Macché, solo perché ho amato quell’uomo? Tu non sai di quale egoismo nutra in corpo, quanta superbia. E il mio risentimento? Lascia stare, amico, te l’ho già detto. Per favore.

(continua)

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