Spesso per raccontare, bisogna andare e poi ritornare.

                                                             di Mario Desiati

Cara Veronica,

rispondo alla tua sollecitazione con una riflessione che nasce da una polemica politica e un paio di letture dell’ultimissimo periodo. Questo pezzo esce oggi in una versione ridotta su Repubblica Bari.

Una delle mie ossessioni è l’emigrazione, dopo le andate e i ritorni, spesso mi sento punto sul vivo quando ascolto le storie delle origini, delle fughe, ma anche delle improvvise conversioni a U. Voglio ascoltare, rubare, assorbire le esperienze degli altri perché la nostra società sta mutando, e quando dico “nostra società” parlo della comunitas meridionale, un tempo luogo di emigrazione, oggi invece terra di un’ondata migratoria dai tratti inediti, che per comodità potremmo chiamare de locazione o pendolarismo.

Si può parlare della propria terra vivendoci fuori?

Il tema torna alla ribalta in questi giorni dopo che il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, se l’è presa con Roberto Saviano reo di averlo criticato. L’argomento di De Magistris, in sintesi, è che per parlare di una realtà, bisogna viverci 365 giorni l‘anno. Questo modo di ragionare è molto frequente, e come vediamo anche alte istituzioni e magistrati scafati possono incorrere in semplificazioni. La popolazione dei ‘fuorisede’ è aumentata a livelli record negli ultimi anni ed è parte integrante del sistema economico e sociale meridionale come dimostrano alcuni dati di fatto.

Come definire chi lavora a Roma, ma risiede in Sicilia, paga le tasse in Sicilia, vota in Sicilia, si cura in Sicilia, ama in Sicilia, investe in Sicilia, ma ci vive lontano?

Ebbene questo aspetto dell’emigrazione che mi riguarda e riguarda molti miei conterranei, è uno dei temi centrali di questi anni. Sono passati due lustri da quando è stato rilevato il ritorno massiccio dell’emigrazione; un’emigrazione diversa, in cui non c’è un vero sradicamento. Se negli ultimi vent’anni sono emigrati duemilioni e mezzo di meridionali verso il nord, molti sono i fuorisede, ossia coloro che non hanno cambiato residenza, ma vivono e lavorano lontani dal loro paese d’origine. Lo Svimez dice che nel 2011 i pendolari di lungo raggio da Sud a Nord sono stati quasi centoquarantamila, seimila in più rispetto al 2010. Il 4,3% in più. Questi pendolari di lunga distanza sono prevalentemente maschi, giovani, single o figli che vivono ancora in famiglia, dipendenti a termine e collaboratori, soprattutto impiegati full-time nel settore industriale. Di questi centoquarantamila, trentanove mila, sono laureati.

Nello specchio che riflette questi dati, si vede l’immagine di chi vive con inquietudine la sua terra per il lavoro, anche o per ragioni esistenziali (che possono essere umane, sociali, o anche sentimentali).

Ma chi va via, mantiene una parte del suo cuore nel proprio paese, vive in città e luoghi in cui non ha nessun morto da piangere come direbbe il Benassia di Di Consoli.

Ho letto e amato in questi mesi due scrittori lucani, Gaetano Cappelli e appunto Andrea Di Consoli, hanno raccontato di due sradicamenti nei modi opposti, ma con eguale efficacia.

Nel Romanzo irresistibile della mia vita vera (Marsilio), Gaetano Cappelli s’inventa la figura di un artista perdutamente innamorato della sua prima vecchia fiamma che diventa scrittore solo per poterla conquistare. Giulio Guazzo lascia il paese e va a vivere a Roma dove entra nel viscido mondo delle patrie lettere. Gli accade un po’ di tutto e nonostante sia sull’orlo del Nobel, universalmente riconosciuto, ciò che gli resta più a cuore sono le beghe del suo paese.

Andrea Di Consoli affronta un altro aspetto, e racconta, nel suo La Collera (Rizzoli), l’andata e un ritorno. Soprattutto il ritorno di chi è stato fuori, ed è andato via. Pasquale Benassìa gioca la sua partita non con il destino, ma con il coraggio, perché lui a Torino non va per evolversi da contadino a operaio “da scimmia a scimpanzé o da mulo ad asino”, ma da contadino a pensatore, filosofo, sacerdote della verità.

Il ritorno a casa è un bagno patetico, Benassìa affonda nei ricordi, nei risentimenti, assomiglia alle macchiette e i mitomani che tutti conosciamo “Ho fatto, ho conosciuto, so tutto io.” Quel sud che lui aveva fuggito perché “terra di mendicanti, miserabili e vigliacchi”, gli dà invece ultimi scampoli di vita, le donne sole  lo amano, i tramonti bodiniani da bestia macellata lo vegliano.

Cappelli ci fa sorridere e provare tenerezza, Di Consoli rabbia e commozione. Spesso per raccontare, bisogna andare e poi ritornare, come fanno i personaggi e gli autori di cui vi ho parlato, in barba alle polemiche e mesti ragionamenti politici su chi ha diritto di parlare, o scrivere, sulla terra in cui è nato. Scriveva Joan Didion che Devi scegliere i posti da cui non te ne vai. Non è facile quando sei costretto ad andartene.

desiati

Mario Desiati, dal 2008, è direttore editoriale della Fandango Libri. Scrittore definito “tra i più influenti” della sua generazione, editor, talent scout. Poeta, nelle antologie “I poeti di vent’anni” (Stampa 2000) e “Nuova poesia italiana” (Mondadori 2004). Esordisce nella narrativa con  “Neppure quando è notte” (Pequod). Memorabili i romanzi: “Vita precaria e amore eterno” (Mondadori, 2006); “Il paese delle spose infelici” (Mondadori, 2008), da cui ne è stato tratto l’omonimo film diretto da Pippo Mezzapesa; “Ternitti” (Mondadori, 2011), con cui entra nella cinquina del Premio Strega.

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6 thoughts on “Spesso per raccontare, bisogna andare e poi ritornare.

  1. veronica tomassini Post author

    Sono sempre stata convinta che la provincia abbia dato il meglio nella letteratura e non di rado. Non mi riferisco solo al neorealismo. E di quel pendolarismo, di quella nostalgia dalle cose – che fa, che rende lo scrittore – bisogna nutrirsi. Lo sradicamento è il senso ultimo, è quel che servirà un giorno. Leggendo questo appunto di Mario riconosco tutte le fragilità e la potenza di una precisa condizione, che amo sommamente.

  2. enos mantoani

    Mi sento molto coinvolto in questa discussione, essendo friulano, lavorando a Firenze, tornando almeno una volta al mese nel borgo natìo. E mi interrogo molto su cosa sono, cosa ho conservato, cosa condivido ancora con la mia terra d’origine, ma soprattutto con chi ci vive. Ancora non lo so, forse sono cose mutevoli nel tempo e nelle circostanze?
    Quando ci torno sono allo stesso tempo isolato e impossibilitato a dire alcunché (che ne sai te che ormai non vivi più qui?) e uguale situazione vivo qui (che ne sai te che non sei nato qui?): sospeso in una terra di mezzo (che almeno è soltanto mia).

    So però una cosa: è per me indispensabile fuggire dai rimpianti delle emigrazioni post-guerre. L’eldorado so che non è il mio borgo natìo selvaggio (anche per evitare grosse delusioni).

    E ancora, l’emigrazione di questi anni è più libera, meno obbligata, almeno per quanto riguarda il nord Italia. Emozionalmente non è però più semplice, ché ogni scelta comporta una rinuncia.

  3. veronica tomassini Post author

    Sono una senza radici tutto sommato (un po’ siciliana, un po’ umbra, un po’ abruzzese), ma son sicura – io che con indolenza vivo le consuetudini di una città di provincia del sud – dicevo son sicura che racconterei la Sicilia che non esiste se dimorassi altrove. Così mi raccontava lo scrittore Turi Vasile, messinese, cercava la sua Sicilia (viveva a Roma, aveva girato il mondo, fece la storia la storia della tv, grande produttore cinematografico), una terra che era solo nella testa degli emigranti, viva, dinamica, irreale, manifesto ingannevole di certa memoria, ostinata soltanto nelle comunità di italiani sparse nel mondo. Ma forse questo è un altro discorso ancora.

  4. Felice Muolo

    Meglio la frase che il padre disse a Carmine Abate: “Se ti dicono di restare, parti. Se ti dicono di partire, resta.”

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