Il nostro tempo era finito

Rifletto oggi che sento gli anni del mondo sulla mia schiena più gli anni di Tereza, che chiamavano la cagna Tereza (su Sangue di cane, nda). Non potevo usare una prima persona plurale da allora in avanti, avrei dovuto escluderti da ogni prima persona plurale da allora in avanti. Bizzarro che la rubrica che curassi esordiva con una prima persona plurale. La vita al dettaglio, minuziosa, pedissequa, ero una maestra, nella sostanza non sapevo cosa fosse, intendo la vita. Il nostro tempo era stato fissato, era finito. La mia panca era il crocchio di vecchine, levatevi dai piedi. Mi facevano spazio invece, roba da matti. La vecchia con le varici mi carezzava i capelli, odio questa cosa, mi viene subito sonno. Via, poi sarebbe tornato il cavaliere errante, l’ebreo, il poeta, levatevi dai piedi. Al capo non chiamavo, 180 righe erano quelle. Tereza tornava dalla casa occupata, nel quartiere storico, tra budelli segreti, come segreta tutte le volte era la mia costernazione scoprendola viva, Tereza, viva, ubriaca, malata di cancro. Tereza aveva tagliato i capelli. Come hai fatto? Io? Non lo so. Come ho fatto cosa, di grazia? L’ebreo mi prometteva: “hai perso tutto e tutto troverai”. Come no. “Sei una bella donna” diceva il poeta. Falso. Agli angoli della bocca, la solita smorfia, ogni mattina. Vestivo a lutto. Ero in lutto.

(continua)

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