Le contadine di Jasna Gora

a P.

“(…)Bogdan finì in strada. Il tale lo aveva avvertito: “Qui non si entra ubriachi, siamo intesi?”. Bogdan aveva promesso al tale di tornare entro le ventuno. “A io ti dico che no bevi” promise al tale. Il tale faceva il custode. Il centro di accoglienza della provincia di P. era pulito, le stanze potevano dimostrare un ordine rassicurante in qualsiasi momento. Il tale era zelante e imponeva con fermezza l’osservanza del vademecum del buon pellegrino. Bogdan non era un pellegrino, era uno che beveva, che non raccontava mai del figlio in Polonia, dei vent’anni di quel figlio che aveva dimenticato oltre l’alba, oltre la sponda del Danubio. Bogdan non aveva dimenticato invece. Nessuno lo avrebbe creduto. Bogdan si dava da fare, sapeva evitare quando era l’ora: le risse, le coltellate in un binario cieco. Bogdan sapeva vivere, non temeva le feritoie di certi insolenti ricordi. Bogdan aveva una madre, bella come le contadine di Jasna Gora. Bogdan adesso pensava meno alla madre. Il tale lo spinse giù dalle scale, “via rompicoglioni di polacchi!” berciò. Era un tale che sentiva il peso dell’impegno, la responsabilità civica e tutto il resto. Faceva il custode. Bogdan aveva bevuto una birra, giurò. Aveva incontrato un rumeno di Valea Seaca, certe volte faceva pure bene scambiare due parole. Il centro di accoglienza sbarrava le porte alle ore ventuno, c’era scritto nella bacheca della portineria. In guardiola il tale dormiva. Però intercettò Bogdan. Bogdan puzzava. “Io no bevi, amigo”. No, il tale scuoteva il capo con veemenza. In strada. “Hai bevuto” gli urlò da sù il tale, “rompicoglioni di un polacco, ti avevo avvertito” berciava. La provincia di P. era parecchio fredda. Bogdan notò un ponticello, curvo, di legno, dove vide aggrapparsi le luci delle fabbriche e dei lampioni, sotto scorreva un modesto rio. Bogdan ebbe desiderio di una strana vita,  allora immaginò se stesso, immaginò sentir vibrare dal ponte la sua potenza, la sua prestanza di polacco abituato alla fatica e al dolore. Bogdan urlò dal ponte: “Ja cie’ kocham”. Magoska. Gli venne in mente lei. Scura, non bionda, non bella come le contadine di Jasna Gora. “Posso amarti Magoska” le giurò una sera d’estate. Magoska strinse gli occhi duri. Non pianse. Magoska non piangeva mai. “Non è facile” disse lei. “Non è facile amarmi, domani saremo già divisi”. Magoska indossava una gonna a quadri, larga, che le arrivava sotto al ginocchio. Sognava i dollari, ma partiva per l’Italia, sognava i jeans, non quelli che la madre trasportava dalla Turchia. Sognò qualcosa Magoska che la convinse ad un sorriso, ad uno strano sorriso.

Bogdan prese il primo treno e saltò su. Ed era Milano. Milano gli diede da pensare di nuovo, mentre la città si avvicinava, i neon freddi inforcavano la sua noia. La sua noia pativa ogni separazione. Milano gli diede da pensare ancora. La sua prima moglie viveva a Milano, si era sposata ad un italiano di Brescia. Il figlio aveva vent’anni. Bogdan aveva dimenticato di patire ogni separazione. Era la sua noia a ricordargli di patire ogni separazione. Bevve cento grammi di vodka.

Magoska leggeva l’ultimo capitolo di un libro di Marek Hlasko. Lo aveva studiato al primo anno di università. Hlasko era la dissidenza, la rivoluzione, il colpo di reni.  Magoska aveva un’idea molto russa dei suoi connazionali. I polacchi sapevano essere parassiti all’occorrenza. I polacchi parlavano ancora bene del comunismo. Bogdan invece no. Bogdan di quella sera d’estate, che le giurò “ti posso amare, Magoska”. Bogdan conosceva Solidarnosc, a suo modo, anche se era molto giovane. “On natchniony i młody był/ ich nie policzyłby nikt/ On dodawał pieśnią sił/ że blisko już św”. Cantava Mury, Mury era la canzone della rivolta, della piazza, della gente , di una recondita vittoria. Cantava stringendo i pugni, e poi imprecava: “cholera!”. Magoska si vergognava di questa sua idea molto russa dei polacchi. Leggeva Hlasko. “Cosa sarei senza gli altri? Senza la vostra paura e la vostra eterna miseria?” esortava un certo personaggio di Hlasko. Cosa sarei Bogdan io senza di te?

L’uomo in uniforme guardava Magoska. Era un finanziere. Milano stazione centrale ore ventidue, ripeté come un automa. Un terribile automa, senza carne, senza cuore. Non ci incontreremo Bogdan. Magoska feriva la sua pelle scura, non bianca, non morbida. Magoska non era bella, non per tutti, e feriva la sua pelle con una punta di penna per la china. Una punta secca, morta, come ogni anelito, ogni vita trascorsa, ogni promessa.

C’era una distesa di ribes  che circondava la sua casa in Polonia. La madre distillava ogni anno, e ogni anno la grappa era buona.  Dal corridoio si udivano voci e concitazioni. Udì la voce di un uomo in special modo. “Amigo, a io no bevi, prego lasci me”. Magoska chiuse le pagine di Hlasko. Maledetto.

Bogdan pregava il controllore: “No, amigo, prego, lasci me”. Altre voci. Milano esercitava la falsità di ogni promessa. Magoska corse fuori in corridoio, individuando appena le spalle dell’uomo un po’ curvo, un po’ pietoso. Bogdan non fece in tempo  a voltarsi”.

 

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vera scarp de tenis

il racconto è uscito su Scarp de Tenis nel dicembre 2011

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