Adam era ancora vivo

Adam dimorava in via Dione. Come Massoud, aveva sfondato un fondaco e aveva trascorso un paio di inverni al riparo da certi giorni di tramontana. Adam veniva da un piccolo centro rurale polacco ai confini con l’Ucraina. Anche Adam emerge vittorioso nelle pagine del mio primo romanzo (Sangue di cane), lui, l’eroe capovolto che tanto ho amato in Cechov. Così Adam è morto di tubercolosi, aveva una croce al collo, gli occhi sbarrati. Nei giorni in cui sedevo al tempio, nella via del tempio, attraversata dalla maga, dal poeta ebreo, dalle vecchie con le gambe rovinate dalle varici, Adam era ancora vivo. Adam mi prese i polsi, mi mancava il respiro, Adam mi prese i polsi, adesso è meglio disse. Sì, adesso sì dissi. Non è nulla, disse. Si avviò lentamente, con le spalle appena curvate, non barcollava. Adam era molto triste. Gli chiesi Adam, tu sapevi, tu sapevi che lui voleva andare, aveva preparato tutto Adam. Adam guardava la punta delle sue scarpe, fumava e guardava a terra. Poi Adam è morto. Lo so, vi tedio ancora, ma è la verità, è la vita. Anche se vi parlo di dipartite, le noiose infinite separazioni, sono la vita stessa. Adam, seduta sulla panca del tempio, Adam voglio dirti tu eri un uomo sì. Gli uomini una volta, Adam, erano uomini anche a trent’anni Adam, avevano un’aria da viaggiatori e cantavano spesso una canzone del popolo, una qualche aria d’operetta. Mi credi Adam?

(continua)

Copyright © Veronica Tomassini. Tutti i  diritti riservati trattati da Agenzia Letteraria Internazionale,  Milano

Advertisements