Se non scrivi tutti i giorni, non sei uno scrittore.

di Vanni Santoni

Quando Veronica Tomassini, autrice che conoscevo per il bel Sangue di cane, mi ha chiesto un contributo per il suo blog, esso era ancora poco più che un nudo scheletro wordpress (in realtà non è passato molto tempo da quel giorno, ma la notazione mi viene inevitabile, vedendo quanto già ricco di contenuti e interventi esso sia oggi): quando lo aprii per vedere in che spazio mi si volesse convocare, c’era in bella vista, oltre che alla foto dell’autrice nell’header, un pezzo di Matteo B. Bianchi intitolato “cinque cose che direi a un esordiente”. Un tema per me di grande interesse, e dal quale, dunque, ripartirò: sarà perché ho cominciato tardi a scrivere, e non avendo coltivato il sogno in giovane età non gli avevo preso le misure; sarà perché questo mio cominciare avveniva in una città, ai tempi, pressoché sprovvista di scena letteraria, al di fuori di qualche scrittore isolato, che non conoscevo, e della rivista autoprodotta alla quale mi unii; sarà perché non avendo santi in paradiso (anzi, non conoscendo proprio una segaccia nessuno) mi sono fatto tutto l’“iter”: autore di racconti in una rivista ciclostilata dagli autori medesimi e distribuita in centri sociali e facoltà, blogger su Splinder, persona che spera di essere selezionata nel “laboratorio esordienti” curato ai tempi da Matteo B. Bianchi su Linus, vincitore di un concorso-truffa che non mi diede la pubblicazione promessa in premio, vincitore di un concorso onesto che mi permise il debutto con un editore minuscolo, agonia e morte dell’editore minuscolo, debutto su un blog letterario “importante”, rifiuti da parte di svariati editori grandi, medi e piccoli, partecipazione al Premio Calvino, blogger su wordpress, esordio con un grande editore, primi soldi guadagnati con i libri (ecco un landmark vero, direbbe King), partecipazione a tornei letterari, rifiuto di altri libri, sviluppo di progetti paralleli, consolidamento, pubblicazione di altri libri, collaborazioni a quotidiani, traduzioni, letture, curatele, editing informali, editing formali, fino al fantomatico contratto per più libri, fattispecie che avevo ritenuto certamente mitologica durante l’intero percorso; e tuttavia sempre, su tutto, un’angoscia profonda, una sensazione di inadeguatezza nei confronti dei giganti della letteratura che – per quanto ovvia e inevitabile – ti flagella ogni mattino, e ogni notte, trasfigurata in spettri in redingote, ti sussurra all’orecchio: niente, non sei niente.
Dunque sì. Negli ultimi otto anni ho cercato di diventare uno scrittore. Ma sono così vicini i giorni dei miei primi, scombinati testi, e così lontani da me gli autori che prendo a modello, da sentirmi ancora, per quasi ogni verso, un esordiente. Ecco perché la questione mi interessa. Vi è però una differenza capitale. Come in certe fantasie universitarie, nelle quali uno vagheggia di poter “rigiocare” il liceo con le competenze erotiche acquisite dopo i vent’anni, di certo, se mi ritrovassi oggi a essere un ventiseienne con qualche idea e un sacco di letture alle spalle, non commetterei gli stessi errori. Ma non mi sento neanche di mettere chicchessia in guardia contro tali errori, che, insomma, pure loro sono formativi – lo dice del resto il più trito dei proverbi. C’è una cosa sola che vorrei dire a un esordiente: è, credo, la più importante (insieme ai cinque punti del buon M.B.B., e in particolare il numero 1, che era: leggi) e l’ho capita solo dopo un paio d’anni di lavoro: scrivi. Mi dirai: e ‘sti cazzi? E io risponderò di nuovo: scrivi. Tutti i giorni. Sempre. Non pensare alla pubblicazione; non aspettare l’ispirazione; pensa a scrivere. Coltiva più progetti in contemporanea: se ne hai sempre un paio aperti, sarà più facile scrivere tutti i giorni. Scrivi. Apri un blog: non per la visibilità ma perché ti forzerà a produrre qualcosa ogni giorno. Accetta qualunque collaborazione, se prevede di scrivere: meglio se pagata, ma prima che arrivino quelle pagate accetta anche quelle gratuite. E proprio perché la letteratura paga poco, e all’inizio non paga proprio, dovrai sacrificarle tutto il tempo libero dal lavoro. Ti rimarrà solo lei. Ma scrivi. Se non scrivi tutti i giorni, non sei uno scrittore. Se non scrivi tutti i giorni fino a logorarti, non sei uno scrittore. Se non scrivi tutti i giorni fino a mutare personalità (e in peggio, si capisce: notti insonni, idiosincrasie, disfunzioni relazionali, fissazioni, introversione oppure sindrome istrionica oppure entrambe, feticismo, superstizione, schematismo ossessivo oppure disposofobia, eccesso di sangue o collera o flemma o malinconia), non sei uno scrittore. E il brutto è che, anche se lo fai, non è detto che tu sia uno scrittore. E peggio ancora è il fatto che – se prendi sul serio, come immagino, la letteratura – anche quando avrai messo il tuo nome accanto a quei bei marchi storici, i tuoi compagni di catalogo, quelli antichi e grandi, ti diranno: non ci siamo, non ci siamo per niente. Il bello però – c’è anche un lato bello, sì – è che l’unica risposta da dare, se ancora “non ci sei”, è una sola, e semplice, e sempre la stessa: più ore, più ore di scrittura.

Vanni_Santoni_media

Vanni Santoni (1978) ha pubblicato Personaggi precari (RGB 2007), Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), L’ascensione di Roberto Baggio (Mattioli 2011, con Matteo Salimbeni), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Tutti i ragni (:duepunti 2012). È fondatore, con Gregorio Magini, del progetto SICScrittura Industriale Collettiva, il cui romanzo storico In territorio nemico sarà pubblicato questa primavera da minimum fax.
Scrive sulle pagine toscane del Corriere della Sera, su Orwell e sui principali blog letterari italiani. Dirige la narrativa di Tunué. Il suo prossimo romanzo uscirà per Mondadori a fine 2013.

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42 thoughts on “Se non scrivi tutti i giorni, non sei uno scrittore.

  1. peppe

    bello ‘sto pezzo!
    grazie.
    Una domanda mi viene da fare a Vanni Santoni: ora è facile dire scrivi ma, all’inizio, dove la recuperavi questa urgenza?

    1. sarmizegetusa

      Questione interessante. Credo che il primo motore sia stata una certa voglia di competizione, di sfida: entrai quasi per caso in questa rivista letteraria (era Mostro, per la cronaca), e la sua redazione era composta da gente la quale, sia pur alle prime armi, aveva diversi anni di esperienza e soprattutto una qualità di scrittura invidiabile unita a un approccio dannatamente serio alla materia letteraria. Doversi misurare con gente più brava ed esperta è uno stimolo eccezionale. Poi c’è stato anche il fatto che il primo romanzo che scrissi – oggi per fortuna inedito, che la qualità, insomma, era bassina 🙂 –, negli stessi anni del lavoro alla rivista, aveva (anche) una funzione terapeutica, c’era un trauma sentimentale – per lo più autogenerato, a maggior mia vergogna – da superare, e la scrittura si rivelò un’attività perfetta allo scopo. Un’altra componente potrebbe esser stato il “rimbalzo” al concorso che vinsi: in premio ci doveva essere la pubblicazione, invece ci sfancularono, e io, insomma, avevo bell’e comprato il vestito buono… L’unico modo per dimostrare di essere uno scrittore era allora pubblicare un altro libro. Stimoli sanguigni, quasi di vanità, dunque, all’inizio. Ma per fortuna sono stati sufficienti perché la fiamma “prendesse” e si trasformasse in un senso – per l’appunto – di urgenza, assoluto e per lo più inspiegabile.

      1. grazie per la esauriente risposta, anche se, forse, di queste cose sarebbe bello parlarne all’infinito…
        belle cose.

  2. chiappanuvoli

    Concordo a pieno. Scrivere perché è l’unico modo per “scrivere”. Diventare una macchina e dopo essere diventati una macchina continuare ancora finché non ci si dimentica anche di essere un macchina. Non c’è ispirazione che duri in eterno, c’è tecnica da affinare, tempo da impiegare, trasformarsi prima nelle dita e nella tastiera (penna per i romantici) e solo dopo, molto dopo, nelle parole che si scrivono.
    Mi sento un po’ meno solo e affranto, un po’ meno personaggio scrittore solitario esordiente disperato esodato frustrato malato asociale antisociale monotono bipolare pivello.

  3. Lucio Angelini

    Mi viene in mente l’epigrafe del mio blog “Cazzeggi Letterari” (grazie al quale sono entrato nel Guinness dei Bannati): “Chi scrive libri – ammonisce Karl Kraus – lo fa soltanto perché non trova la forza di non farlo”.

  4. veronica tomassini Post author

    Caro Vanni, nelle tue parole credo ci siamo ritrovati in molti, ognuno con sul finale un destino diverso. Allora riflettevo su un po’ di cose, su tutte: abbiamo superato certe ingenuità forse, quelle stesse che ci hanno consentito poi di sbagliare e per questo raggiungere dei risultati (non è una contraddizione, anzi). Oggi perdendo in ingenuità, guadagniamo in qualità della scrittura, del lavoro? Oggi siamo mestieranti. Oggi sappiamo cosa evitare, le sbavature, e certe provocazioni le abbiamo in tasca. La verità ha perso in innocenza forse?

    1. sarmizegetusa

      Avventurarsi dalle parti di parole come “verità” mi sembra sempre un po’ rischioso. Ti racconto una storia. Una volta, nell’ambito delle attività redazionali della rivista Mostro facemmo un sondaggio interno. Una delle domande era più o meno “da 1 a 10, a che livello di sviluppo reputi la tua poetica?” Tutti rispondemmo con cifre tra il 5 e il 7 (e mi sa che io fui pure uno degli grulli che scrisse “7”), quando era evidente che, pur nei diversi livelli di sviluppo raggiunti in quel momento da ogni membro della redazione, eravamo tutti in mezzo al guado tra l’1 e il 2. Ma quando sei “dentro” – e ci sei sempre – è impossibile posizionarsi. Qualche anno dopo, quando lavoravo a un mio ipotetico, poi abortito, terzo romanzo, mi sembrava di aver finalmente capito tutto. Va da sé che non avevo capito nulla.
      Se i veli di Maya sono sette, cinque libri dopo (otto, se conto anche quelli scritti e non pubblicati) posso al massimo azzardarmi a dire di aver superato il primo, e già mi sembra di fare un’affermazione spropositata.

  5. ArtNite - Arturo Robertazzi

    Caro Vanni,

    non ci conosciamo di persona, ma in qualche modo, mi sento legato alla tua esperienza. Sara’ che ti “scoprii” parecchio tempo fa, nascosto in una pagina myspace… Altri tempi.

    Mi permetto di dire la mia, io che sono al mio primo romanzo, uscito l’anno scorso, blogger da qualche anno, e… un sacco di errori davanti a me.

    Sono d’accordo con te: dimentichiamoci di tutti quei decaloghi per lo scrittore, la regola e’ una sola. Scrivi. Sempre. Piu’ che puoi.

    C’e’ pero’ una cosa che striscia tra le righe del tuo articolo, che forse ho visto solo io – e se e’ cosi’, perdonami per quello che segue – e che un po’ mi irrita. E’ che risuona con un fastidio che provo ogni volta che qualcuno parla di “vero scrittore” e dice ‘Sei un vero scrittore se…’

    Il discorso si fa complesso e probabilmente sto andando fuori tema, correndo il rischio di beccarmi un bel 4-.

    Siamo affetti da una malattia che non e’ solo “letteraria”, ma infetta anche altri campi.

    Faccio un esempio con un’altra parola: “Scienziato”. Sono anni che lavoro come ricercatore, e l’ho fatto in varie universita’, in Italia e all’estero. Ho scritto una trentina di articoli e ho all’attivo diversi contributi in saggi scientifici. Eppure quando dico “sono uno scienziato” (e lo faccio solo se il discorso lo richiede) l’interlocutore sbanda, quasi sviene, perche’ nella sua testa “io sono uno scienziato” significa “io sono Einstein”. Eppure la parola scienziato e’ neutra, non porta con se’ nessun attributo. Posso essere un grande scienziato o uno scienziato da quattro soldi, ma resto, fuor di dubbio, uno scienziato.

    Lo stesso vale, a mio parere, per la parola “scrittore”. Uno che scrive, che ha pubblicato “bene” (escludiamo, cioe’, coloro che hanno pagato per farlo) e che ha partecipato a premi e presentazioni e’ uno scrittore. Punto. Che poi sia uno scrittore da strapazzo o un grande scrittore, questo lo si vedra’ con le parole che ha scritto.

    Ecco, arrivo al dunque. Sarei d’accordo con te al 100% e non avrei provato quella punta di fastidio se tu avessi titolato “Se non scrivi tutti i giorni non sarai mai un grande scrittore”.

    Certo, sarebbe rimasta una domanda, che ora giro a te: ma davvero bisogna scrivere tutti i giorni per essere grandi scrittori?

    … Sono andato fuori tema, vero? Il 4- non me lo toglie nessuno.

    Ps: Ah, perdonami tutti questi apostrofi, la tastiera tedesca non conosce accenti.

    1. sarmizegetusa

      Ciao Art, come ti dicevo di là, eran belli i nostri tempi 🙂
      Grazie per l’intervento. Noterai però, se rileggi il mio pezzo, che la definizione che utilizzi – “vero scrittore” – non c’è da nessuna parte. Trattasi di definizione aberrante (non è un caso se la usava Ilmiolibro.it: “se non credono che tu sia un vero scrittore…”) che rifuggo istintivamente (tant’è che, come scrivo poco sopra, mi garba poco praticare anche il concetto stesso di “verità”). Di più: l’uso del lemma scrittore che faccio nel testo va contestualizzato: questo pezzo, sebbene la padrona di casa abbia scelto un titolo più aggressivo (ma comunque tratto dal testo, per cui va benissimo), avrebbe potuto intitolarsi, più pacatamente, “Un suggerimento a un esordiente”, giacché si poneva dichiaratamente in linea con quello dei “cinque suggerimenti” di Bianchi.
      Dunque, l’essere o non essere uno scrittore del mio articolo va inteso come essere o non essere uno scrittore rispetto all’essere un esordiente. Se spostiamo la questione in senso assoluto, è evidente che l’unica agenzia di senso che definisce davvero chi è e chi non è uno scrittore, è la storia. E sappiamo che pure lei a volte piglia dei discreti abbagli, quindi figuriamoci…
      In risposta alla tua domanda: dubito che sia esistito un solo “grande scrittore” che non scrivesse tutti i giorni, ma se è esistito vuol dire che apparteneva a un’altra categoria, quella dei geni, la quale evidentemente non può essere presa a parametro da chi, normale essere umano, cerca di raggiungere dei risultati tramite il progressivo miglioramento.

      1. veronica tomassini Post author

        Il titolo aggressivo, come hai ben detto Vanni, è preso pari pari da quel che tu hai scritto e stigmatizzato a più riprese. Immagino fosse una provocazione letteraria la tua o funzionale al testo.

      2. ArtNite - Arturo Robertazzi

        Infatti, non c’era… ammettevo nel mio commento un mio problema personale con la questione che mi rende ipersensibile.

        E credo tu abbia ragione quando dici: ‘dubito che sia esistito un solo “grande scrittore” che non scrivesse tutti i giorni, ma se è esistito vuol dire che apparteneva a un’altra categoria, quella dei geni’.

        Insomma, dopo il caffe’, ritorniamo a scrivere!? 🙂

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  7. Roberto Gerace

    Questo bell’articolo è stato pubblicato il giorno dopo la mia decisione di seguirne i precetti 🙂 Complimenti anche a Veronica per l’iniziativa!

  8. gianni bellodi

    Giocando con la logica potrei dire che Vanni postula una condizione sufficiente (il “se” ne è chiara testimonianza); la condizione sufficiente prevede che “NON B IMPLICA NON A”, in questo caso quindi abbiamo la frase “sei uno scrittore se scrivi tutti i gorni”. E’ corretta questa frase? Ai post l’ardua sentenza.

  9. Roberto Gerace

    M’è venuto in mente un altro tema di discussione, di cui non s’è parlato né nel post di Vanni Santoni né in quello di Matteo B. Bianchi, e che però mi interessa molto. Che cosa pensate del rapporto fra esperienza e letteratura? Ritenete che sia fondamentale per uno scrittore “essere del suo tempo”, mischiarsi il più possibile alle cose che racconta per conoscerle e quindi raccontarle meglio, o credete che scrivere da una posizione appartata permetta una lucidità che altrimenti gli sarebbe preclusa? So che è un tema enorme, ma mi piacerebbe raccogliere pareri (anche molto condensati).

  10. sergiogarufi

    vanni è un talento, anzi un portento, e questo pezzo lo dimostra. ha uno stile originalissimo, così come il suo si fossi foco arderei firenze, un contromano diverso da tutti gli altri, polifonico, in cui il protagonista è la città. però non sono d’accordo su questa sua tesi, che volgerei più sulla lettura. la condizione necessaria (ma non sufficiente) per essere uno scrittore è leggere spessissimo, tutti i giorni. di grafomani che non leggono se non se stessi siamo pieni, e di solito quello che scrivono è di scarso interesse. leggendo e valutando inediti per conto di un editore, sono convinto che si noti subito quando uno scrive ma non legge, sono i primi testi a essere scartati. ma forse tutto questo lo dico perché io scrivo pochissimo e leggo in continuazione.

    1. veronica tomassini Post author

      Pensi che l’una cosa possa o debba escludere l’altra? Nel senso, chi scrive è un lettore prima di tutto. Altrimenti è la medietà, lo possiam far tutti. E infatti lo fanno tutti. E invece ogni creazione ha i suoi eletti.

      1. sergiogarufi

        “Pensi che l’una cosa possa o debba escludere l’altra?”
        dove avrei scritto una stronzata simile?

      2. veronica tomassini Post author

        Hai affermato che la condizione è leggere, perché uno sia o aspiri a diventare/essere uno scrittore (che poi è uno status, un modo di stare al mondo). E’ implicito leggere, è implicito scrivere anche, insieme le due cose, dico. E poi a mio avviso: le condizioni non esistono, perché è uno status. lo dico molto moderatamente, non ho energia per asserire con veemenza.

    2. sarmizegetusa

      be’ Sergio, intanto grazie per i complimenti (esagerati, ma li piglio e li metto in cassetta 🙂 ).
      Sul leggere: questo pezzo nasce in coda a quello di Bianchi, che aveva già proposto cinque suggerimenti assai condivisibili, dei quali il più importante era proprio “leggi”. Il fatto che questa cosa l’avesse già detta lui – io, figurati, la condivido a tal punto che non ho scritto mezza parola fino ai ventisei anni suonati – mi ha permesso di focalizzarmi unicamente sulla questione dello scrivere.

  11. Francesco Recami

    Io la penso diversamente. Io credo che sia auspicabile scrivere un po sì e e un po’ no, prendendosi ampie pause, le quali servono per capire che ciò che hai scritto è una cagata o no. Il mio consiglio è un giorno sì e tre no. Un mese sì e tre no, ecc. Se scrivi continuativamente tutto ciò che scrivi ti sembra sempre eccelso, il che è vero raramente. E poi diventa un compulsione, una coazione a ripetere. Quindi no, scrivere tutti i giorni fa malissimo, produce danni e distorsioni. Un saluto Francesco

    1. Roberto Gerace

      Mi interessa molto la questione, perciò mi permetto di contraddirti per stimolarti a discuterne. E se invece proprio il fatto di scrivere poche cose producesse il miraggio del loro valore? In regime di costipazione anche l’escremento è prezioso 🙂

    2. sarmizegetusa

      Ciao Francesco, a me è forse d’aiuto il fatto che quello che scrivo non mi sembra mai eccelso, ma il fatto è che questo pezzo è mirato agli esordienti, non ai veterani di lungo corso. I veterani forse possono anche scrivere un po’ sì e un po’ no, dato che con ogni probabilità hanno sviluppato la capacità di pensare al testo anche mentre non scrivono; gli esordienti faranno invece meglio, nel dubbio, a scrivere ogni giorno – e se sentono il bisogno di una pausa dal progetto A, vuol dire che è il momento di partire col progetto B.

      1. Francesco Recami

        Ciao Vanni, capisco la questione degli esordienti. Non so se il veterano sono io, ma pur essendo di un’altra generazione ho (ri)cominciato a scrivere nel 2006, quindi praticamente sono un novellino. Sugli esordienti: per quelli che ho conosciuto io vedo proprio una eccessiva attenzione allo status di scrittore/scrittrice e poca all’opera. è una vecchia discussione che qualche anno fa aveva lanciato Scarpa. Vedo una grande attenzione alla risposta alle domande: per essere uno scrittore come devo organizzare la mia giornata? Che giacca devo comprarmi? Che cosa devo leggere? Come devo muovermi sul web e sui social? Quante ore devo dedicare alla scrittura? Quante a farmi pubblicità sui social? Devo metter su un blog? Come dev’essere il mio studio? Come si scrive una sinossi? Ecc ecc, che sono tutte cose secondarie rispetto all’attenzione all’opera, della quale se ne deve sentire la consapevole necessità. Non ti dico di dimenticarsi dei dettagli, ma di considerarli come tali, e di focalizzarsi sull’opera. Credo che l’eccessiva attenzione allo status produca un fenomeno molto attuale (forse anche antico) e cioè che il vero problema non è esordire ma comporre e pubblicare la seconda opera (quella che fa di un esordiente un emerso). La narrativa italiana è piena di esorditi che si impantanano e che da grandi promesse (spesso immaginarie) entrano a far parte delle schiere di color che son sospesi. So che il mio discorso è assai antiquato: oggi uno può essere scrittore anche senza scrivere alcunché, lavorando in altre maniere, più mediatiche e meno solitarie, ma questo è un altro discorso.
        Una maggiore focalizzazione sull’opera permette anche un lavoro a corrente alternata, e non quel flusso scritturale che mi pare un idea romantica (lo dica pure anche Buzzati). è vero che scrivere sempre costituisce un esercizio e un rinforzo (e anche un passatempo), ma non lo eleverei a criterio universale, neanche per gli esordienti. Di nuovo.

      2. sarmizegetusa

        Se è vero che sovente chi comincia è distratto da questioni futili, questo mio pezzo vuole essere proprio un anticorpo a ciò. Naturalmente stiamo parlando di chi vuole provare a fare letteratura, non di chi persegue meri obiettivi di vendita.
        Poni poi una questione rilevantissima: quella della seconda opera. È vero – ricordo che a suo tempo anche Giorgio Fontana sollevò il problema – che, anche per effetto della “febbre da esordiente” innescata da vari debuttanti divenuti fenomeni commerciali negli anni scorsi, in Italia, oggi, è più difficile pubblicare il secondo libro del primo (oppure si pubblicano secondi libri presentandoli come primi, come racconta Alessandra Sarchi nel post appena pubblicato su questo stesso blog). Si tratta però di una temperie che potrebbe esaurirsi dopo che un numero sufficiente di esordienti sono stati mandati infruttuosamente al macello. La mia risposta pratica al problema, in ogni caso, è che se il nostro “autore esordito” ha più di un secondo libro pronto da proporre in giro, gli sarà più facile superare questo ulteriore scoglio; e va da sé che per scrivere vari romanzi in contemporanea non ci si può concedere molto tempo libero…

  12. sergiogarufi

    veronica, vanni ha posto l’accento su una cosa io su un’altra, tutto qui. niente esclude niente.

  13. Andrea Atzori

    Salve a tutti,

    sollecitato da Vanni stesso dopo uno scambio su Twitter, faccio un passo avanti.
    Ho letto con piacere l’articolo e gli scambi che sono seguiti. Posso dire che condivido in toto il “mood” delle parole di Vanni, anche se anche io, riguardo a cosa faccia di uno scrittore uno scrittore e cosa faccia della routine di lavoro dello scrittore quella “giusta” a priori, tendo alla moderazione (ricordo sempre a me stesso con un sorriso il punto 8 dei famosi “Commandments” di Henry Miller riguardo alla pratica di scrittura: “Don’t be a draught-horse! Work with pleasure only!”).
    In ogni caso, faccio un passo avanti perché, nello stesso giorno in cui il post di Vanni veniva pubblicato qui nel bel blog di Veronica Tomassini, io – in contemporanea nel mio antro-blog – scrivevo questo: http://andrea-atzori.com/2012/12/due-righe-sole/

    Ammesso che le coincidenze esistano, questa mi è sembrata una di quelle belle.

    Un caro saluto a tutti, buone letture e yep, buona scrittura.

    A.

  14. librini

    notti insonni, idiosincrasie, disfunzioni relazionali, fissazioni, introversione oppure sindrome istrionica oppure entrambe, feticismo, superstizione, schematismo ossessivo oppure disposofobia, eccesso di sangue o collera o flemma o malinconia… cavoli, ce le ho tutte…
    scherzi a parte: se uno scrive tutti i giorni, è uno scrittore. SE la scrittura è curata. Non diario. Non SMS. Non post su FB o Twitter.

  15. Pingback: Intervista a Vanni Santoni (HG)

  16. Cornetta Maria

    Racconto la mia versione: mi accade di cadere in una specie di “raptus creativo” che non ha una collocazione nel tempo e nello spazio. Talvolta, di notte, la mente comanda al cuore e la mano esegue. Ho pubblicato un libro di storie vere insieme a mio figlio (DIAPOSITIVE di Cornetta Maria e Dicuonzo Antonio) obbedendo a questo impulso. Non posso disciplinarlo e può restare inattivo per mesi prima di manifestarsi come una creatura autonoma. Mi capita di rileggere il testo e di scoprire che è perfetto, bellissimo…Sono una credente…Per me l’arte è la scintilla di Dio, un dono che non dipende da quanto tempo si dedica all’attività di scrittore né dalla formazione culturale (la mia non è umanistica eppure il nostro libro sta conquistando piattaforme insospettate). Abbiamo (io e mio figlio) un manoscritto nel cassetto (“e furono…Homo sapiens et femina sapiens”, s’intitolerà così) . Chissà che un giorno non voglia leggerlo…Quando ci decideremo a proporlo .. Le auguro ogni bene.

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