E dopo l’esordio?

                                                         di Alessandra Sarchi 

Quasi un anno fa, il 17 gennaio 2012, è uscito il mio primo romanzo, “Violazione”, pubblicato da Einaudi nella collana Stile Libero. Non era il mio primo libro, avevo già pubblicato nel 2008 una raccolta di racconti, “Segni sottili e clandestini”, con l’editore Diabasis. Ma la stampa meno filologica, o meno scaltrita, ha comunque fatto passare “Violazione” per un esordio. Infatti l’esordio è diventato quasi un genere letterario a sé nel mondo editoriale italiano. La ritualità che si è venuta a creare intorno all’esordio riguarda curiosamente molto di quello che è avvenuto prima che un testo diventasse un oggetto-libro, come se a posteriori – una posteriorità molto breve intendiamoci, nemmeno il tempo di far arrivare il libro sugli scaffali – si volesse mitologizzare il percorso che ha portato alla pubblicazione, sovraccaricandone l’eccezionalità e in un certo senso le attese. Ora, tutti quelli che scrivono e molti di coloro che leggono sanno quanto possa essere difficile e non lineare il tragitto che porta un file del proprio computer ai laboratori di stampa di una casa editrice, di quanti filtri ci sia la giusta necessità e di quante mediazioni, e attribuisco qui alla parola un valore positivo, non clientelare, poiché le mediazioni sono il frutto di incontri umani e intellettuali che nulla hanno a che vedere con le raccomandazioni. Sotto questo aspetto il mio primo romanzo non fa eccezione e, ringraziate a suo tempo le persone che dovevo ringraziare per aver letto, corretto, suggerito e sostenuto, non credo sia interessante spendere ulteriori parole sul come e quando “Violazione” è diventato un libro stampato, o sulle lacrime e sangue che mi è costato. Ciò che è meno evidente da raccontare, e anche da immaginare, è cosa succede dopo che il libro è uscito. Per quanto mi riguarda alla fatidica data avevo un’influenza che m’inchiodava in casa e non mi concedeva il gusto di vedere ‘la creatura’ in libreria. Ho apprezzato dunque gli amici che mi hanno chiamato per dirmi che l’avevano visto o l’avevano comprato e mi ha fatto molto ridere la telefonata di mio fratello che si trovava nella libreria di un ipermercato dove il mio libro appena arrivato non era fra le novità bensì, nell’esiguo numero di 2 copie, in uno scaffale in mezzo a dei gialli. “Non hai speranze”, è stato il suo commento, sempre incoraggiante com’è d’uso nel nostro collaudato schema di comunicazione tra fratelli, almeno dai tempi dell’infanzia. E comunque, in parte, il commento di mio fratello arrivava al punto: non è detto che tutta l’attesa covata per l’uscita del libro si risolva in una celebrazione ininterrotta, in una fila di omaggi e conferme. Anzi, io direi che la parte difficile inizia proprio quando ‘la creatura’ si stacca, diventa un oggetto commerciale, vendibile e acquistabile, valutabile e criticabile come ogni altra merce, salvo il fatto di appartenere alla categoria più delicata e complessa dei prodotti culturali, e di essere considerato almeno da chi l’ha scritto un condensato di pensieri, immagini, esperienze cui nessun prezzo e nessun giudizio, positivo o negativo, renderanno mai piena giustizia, insomma un figlio che è diventato grande e va nel mondo. E allora bisogna armarsi di molta pazienza per le avventure e le prove cui ‘la creatura’ sarà sottoposta, perché a meno di non voler diventare un genitore dispotico e intollerante, si devono concedere autonomia e libertà e soprattutto tempo perché il libro faccia la sua strada nel mondo e possibilmente trovi il suo posto. Giusto per fare un esempio: mi aspettavo che “Violazione” suscitasse risposte abbastanza immediate in Emilia, dove vivo, perché di territorio emiliano si parla in maniera diffusa nel libro, invece le reazioni più vivaci sono venute dal sud, e solo dopo localmente. Forse perché per un lettore del sud scoprire una storia di degrado ambientata non da Scampia in giù ma nel nord progressista e bempensante è più rivelatorio, chissà. Di sicuro anche capire chi sono i tuoi lettori, cosa hanno trovato e apprezzato, o criticato, nel tuo libro è un’altra di quelle cose che non fanno parte del kit dell’esordiente, ma che rientrano nella vita del libro e del suo autore e vanno accettate e metabolizzate. Mi è capitato ad esempio di ripensare il mio romanzo da angolazioni inedite, a seguito di incontri fatti con lettori, e questo per una creatura che si è concepita e partorita è sempre un fatto rilevante. Mi è capitato di essere delusa perché alcune questioni nodali non sono state, in certe occasioni, colte o valorizzate. Ma come si diceva l’impegno è quello ad essere un genitore saggio che, pur difendendo la propria creatura, non le vieta l’esperienza necessaria a stare nel mondo. Perché è lì che i libri devono stare e non, solo, nell’identificazione personalistica con il loro autore. Infatti sono formidabili tramiti di socialità, permettono alle persone di incontrarsi, conoscersi, discutere e condividere, in alcuni casi dissentire e perfino litigare, insomma ci permettono di essere quello che per Aristotele era la massima espressione di umanità: essere animali sociali. Di questo sono molto grata a “Violazione” a tutti coloro che hanno voluto o vorranno leggerlo e discuterne. Infine, come molti di coloro che scrivono sanno, ogni libro è in un certo senso postumo, perché nel frattempo (mentre ricevevi la tua buona dose di rifiuti, di inutili attese, di promesse, di interminabili tempi editoriali) la vita è andata avanti, il tuo paesaggio mentale è cambiato, la realtà intorno pure, e la scrittura ti aspetta, ogni giorno, per provare ad inseguirli.

Alessandra Sarchi è nata a Reggio Emilia nel 1971, vive a Bologna e si occupa di traduzioni ed editoria. Ha studiato storia e critica d’arte alla Scuola Normale di Pisa, ha svolto un dottorato di ricerca a Ca’ Foscari, Venezia. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di racconti “Segni sottili e clandestini” presso l’editore Diabasis. Scrive sulle pagine di Alias supplemento culturale de “Il manifesto”. Sul blog Doppiozero.com cura la rubrica “La vita e le forme” ed è fra i redattori di Leparoleelecose.com. “Violazione” il suo primo romanzo (Einaudi, stile libero 2012) è stato finalista al premio Pozzale-Luigi Russo e ha vinto il premio Paolo Volponi opera prima.

Alessandra Sarchi  nella stesura del romanzo è stata seguita dallo scrittore e talent scout Giulio Mozzi, mentre il suo primo estimatore fu Giorgio Vasta.

Alessandra Sarchi è nata a Reggio Emilia nel 1971, vive a Bologna e si occupa di traduzioni ed editoria. Ha studiato storia e critica d’arte alla Scuola Normale di Pisa, ha svolto un dottorato di ricerca a Ca’ Foscari, Venezia. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Nel 2008 ha pubblicato la raccolta di racconti “Segni sottili e clandestini” presso l’editore Diabasis. Scrive sulle pagine di Alias supplemento culturale de “Il manifesto”. Sul blog Doppiozero.comcura la rubrica “La vita e le forme” ed è fra i redattori di Leparoleelecose.com“Violazione”, il suo primo romanzo (Einaudi, stile libero 2012), è stato finalista al premio Pozzale-Luigi Russo e ha vinto il premio Paolo Volponi opera prima. 

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5 thoughts on “E dopo l’esordio?

  1. veronica tomassini Post author

    Cara Ale, ho trovato questa bella esortazione di Dino Buzzati, l’ho presa dal blog di Andrea Atzori (http://andrea-atzori.com), Buzzati esortava nell’ ottobre del 1957: «Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l’animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca. Comunque, questo è il tuo mestiere, che non ti sei scelto tu ma ti è venuto dalla sorte, solo questa è la porta da cui, se mai, potrai trovare scampo. Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare. (Forse)».

  2. Alessandra

    La scrittura, come tutti i mestieri artistici, richiede un lunghissimo apprendistato quindi aveva ragione Buzzati e ha ragione Vanni Santoni a dire di scrivere e scrivere. A me piace anche ricordare che per scrivere bisogna avere qualcosa da dire, e per arrivare a questo – avere qualcosa da dire – non esiste a mio modo di vedere nessuna ricetta, ognuno ha la propria idiosincratica maniera di far interagire ciò che vive (anche solo nella sua testa) e ciò che scrive. Ma anche di questo occorre consapevolezza.

  3. Gabriele

    Ciao Ale, direi che il punto è proprio quello che fai saltare fuori tu: curiosamente pubblicare un libro, che è una oggetto che sta sul mercato e che è frutto di un mestiere e tutto il resto, tende a non cambiare più di tanto la vita professionale di chi pubblica, mentre ha un bel peso sulla vita emotiva e relazionale. Un amico mio, che è anche un amico tuo, con dono di sintesi mi ha scritto un giorno: “Noi scriviamo libri, pubblichiamo libri, recensiamo libri, vendiamo libri, insegniamo a scrivere libri e tutto quanto. Ma non dobbiamo mai dimenticarci di avere a che fare con persone”. E poi mi ricordo di quando Guido Laremi, il protagonista di “Due di due”, teorizza: “pubblicare libri è come far partire un tam tam misterioso che richiama vicino a noi persone che hanno a che fare con noi, ma che non avremmo mai incontrato”.
    Insomma, in diverse forme, sto cercando di dire che secondo me hai centrato il cuore della faccenda. E poi i libri ci sopravviveranno, ma ci sopravviveranno solo nella lettura degli altri, altrimenti saranno parallelepippedi di carta. Segno che, ancora una volta, a contare sono le “creature di sangue caldo e nervi”.

    1. veronica tomassini Post author

      vi dico questo, non ridete: dopo la pubblicazione del romanzo (Gabriele Dadati e Giulio Mozzi sono i miei editor), sono stata proprio male. ve lo confesso, psicologicamente e soprattutto fisicamente. fisicamente, talmente da finire in un centro specializzato. può sembrare un’esagerazione, patetico anche, eppure lo stravolgimento emotivo aveva investito tutta la mia vita.

      1. veronica tomassini Post author

        questo per dire quanto condivida l’osservazione di Gabriele in merito al peso che abbia infine sulla vita relazionale ed emotiva, e che è davvero e straordinariamente un processo complesso: “da un file ad una tipografia”.

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