Una lunga vacanza

di Elio Grasso

La poesia per me è sempre servita a stanare le parti più o meno segrete della psiche e dello stomaco. Per farlo occorre un linguaggio nuovo, quanto meno personale, molto vicino a quello che usa la natura per inventarsi le proprie creature minerali e animali. Qualcosa che spesso assomiglia al caso, ma che forse non lo è. I nostri sentimenti  sono spesso conseguenti a esperienze o incontri che non sembrano legati a un rapporto causa/effetto. I bravi poeti indagano tutto questo, e lo esprimono in modo nuovo. I bravi poeti non lasciano perdere le piccole cose per buttarsi sulla loro natura divina. Perché in fondo è questo che conta: abbandonarsi alla biografia che emoziona. Chatwin commuove se ci parla degli aborigeni australiani e del loro modo di seguire i Canti, per creare il mondo e l’universo. Brodskji ci conquista quando gira per una Venezia sul punto di cadere nel baratro, mentre si percepisce che continua a far parte di un mondo più vasto, dove questi nomadi dello spirito avanzano e cercano, e scrivono come se fosse la cosa più importante. E lo è. Nasce tutto da lì, se ci pensiamo, anche se stiamo tagliando una cipolla per fare il soffritto, o semisdraiati sul divano in attesa di chissà cosa. Conosco un poeta, Sissa, che riesce a mettere in rima esperienze pedagogiche uniche, o descrivere in versi anche un’azione tecnica e paurosa come la TAC.  Conosco Niccolai, che ha saputo scrivere sulla sua esperienza religiosa (il buddhismo) in un modo per niente astratto e difficile: Giulia ha poesie che sono racconti di un’arrampicata in Tibet, o di un Naviglio scomparso a Milano, scovando tutto ciò che lega questi eventi: i pensieri inscritti nelle cose, e non viceversa. Suppongo che ovunque vi siano poeti in grado di prendere la geografia e la biografia,  trasformandole in un’esperienza poetica unica ed emozionante. Ma anche la mia Genova non si risparmia: il ragazzaccio Rimbaud, stufo della poesia, sceso alla stazione di Principe per imbarcarsi verso l’Africa, dove contrabbandò armi e scrisse lettere a madre e sorella perché bisognoso di soldi. E Frénaud (con il Silenzio di Genova), Stendhal, Nietzsche che sbaglia treno e arriva quasi alla periferia dove sono nato e vivo… A parte gli stranieri, c’è Campana che incontra Sbarbaro in uno dei carruggi più belli del centro storico dichiarando con fare tranquillo:  “Tu una volta eri Sbarbaro… adesso chi sei?”  E dire che Campana era stato segnalato dalla polizia genovese come un individuo da tenere d’occhio, pericoloso. E poi Caproni, e Montale in misura minore perché lui pensava ad altro. Dentro a questi rilievi “geografici” non è mancato Wallace Stevens e il suo Connecticut, e Cape Cod di fronte all’Oceano. Ma in questi esercizi vi sono stati anche i signori dell’avanguardia, da Porta a Spatola, a Viviani, molto meno Sanguineti anche se lui pure è di Genova. In fondo ho già un bel po’ di  anni, e dunque ho fatto in tempo a intossicarmi anche del verso libero, o dell’apparente mancanza di emozioni. Se poi aggiungiamo una certa reticenza a parlare dei fatti miei, soprattutto in poesia, il gioco è fatto. Mi ci sono voluti parecchi anni, e parecchi libri di poesia, anche quelli scritti dalle nuove leve,  prima di capire che la poesia non è solo una tecnica, una metrica, una grande lontananza dal mondo, e quindi dal lettore. E per capire che alla finitura di un verso, scritto in quel modo e non in un altro, possono concorrere diverse cose, e non soltanto bravura tecnica. E poi? Poi ci sono gli americani, non solo i poeti ma anche narratori come Hemingway e Fitzgerald e Kerouac seguendo le orme di Fernanda Pivano. E poi Roth, Ballard, DeLillo,  partendo da Pavese, Fenoglio… Ma chissà perché, per molti anni quasi me ne vergognavo.  Non dicevo che mi divertivo leggendo Laughlin, perché sembrava riduttivo leggere un tizio che sciava per tutto l’anno e poi scriveva poesie sulle proprie donne. Ma intanto quest’uomo  pubblicava nelle sue edizioni (New Directions), Pound, Miller, T. Williams, Thomas… Ai tempi dell’impegno era sconveniente seguire un poeta a cui piacciono le belle ragazze. Tutto questo c’entra con lo scrivere bene, con l’interessare il lettore, anche se con difficoltà, anche se nessuno può dire che la poesia sia facile: come tante altre cose ha le sue complicazioni, come cucinare un buon piatto di pasta con le vongole. Forse in molti lo sanno fare, ma pochi riescono ad aggiungere quel tocco che le rende memorabili, poesie e pasta… E qui mi fermo, perché troppi languori tutti in una volta è bene non suscitarli. E quanti altri nomi mi sono rimasti nel cuore? De Angelis, Sicari, Costa, Anedda, Cascella, Massari, Stefanini, Carnevali, Carifi, Ruotolo, Strand, Magrelli, Mandel’štam, Celan, Eliot, Sanesi… Ma è poi vero che occorre andare sulle pagine, tenerle, inseguirne il tempo… per questo bisognerebbe prendersi una lunga vacanza e scrivere un libro… Per quanto mi riguarda nel mio computer questo libro c’è già, aspetta solo una vacanza o la morte perché esca fuori.

Elio Grasso è nato a Genova nel 1951. Poeta, critico. L’ultima raccolta pubblicata è E giorno si ostina (puntoacapo, 2012). Ha tradotto Four Quartets di T.S. Eliot (Palomar, 2000), The Sonnets di W. Shakespeare (Dell’amore, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (Ai poeti e altre poesie, Via del Vento, 2012). Scrive sulle riviste “Poesia”, “Pulp-libri”, “Steve”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e altre. E’ stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale e in francese da J.-B. Para.

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