Per voce sola

                                                    di Leandro Piantini

“Slawek era un ex barbone di Radom. Slawek stava con un’italiana. Ero io. Io mi sentivo speciale. Non lo ero, no, magari sì. Oggi sono adulta, taglia seconda di reggiseno. Ho un figlio si chiama Grzegorz. Il figlio di Slawek, ex barbone di Radom. Slawek non era un barbone. Slawek era l’angelo nero, gentile, gonfio soltanto un pochino, ma riuscivo a intercettare i suoi occhi di slavo, origini ucraine, occhi allungati, non so spiegare. Era slavo. Oggi sono adulta, posso ricordare. “Poco spicci, prego signora, poco spicci”.

La donna si è unita a questi infelici perché è innamorata di Slawek e tale resterà sino alla fine con un’abnegazione che nulla incrina, neanche le peggiori azioni di lui, alcolizzato che piace alle donne e possiede un’incredibile potenza sessuale che esercita con lena instancabile. Slawek domina in lungo e in largo la narrazione, di lui si dice tutto il bene e tutto il male possibile (male tanto e bene poco: è stato anche pappone e ai bei tempi in Polonia ha commesso dei crimini). Sfrenato bevitore di birra e di vodka, insieme a una tribù vociante e spaccona di biondi e massicci polacchi, che vivono tutti nella Casa dei morti in via Bixio,tutti uniti a trincare e a copulare in turbolente ammucchiate. Si ammalano spesso, ma sempre poco a paragone degli sporchi ambienti in cui vivono e della colossale anarchia di perversi polimorfi che li possiede come un’ inguaribile malattia.

Tuttavia nel rovente e scintillante romanzo della Tomassini non c’è – anche se basterebbe- soltanto questo. Di veramente unico in questo sorprendente libro c’è soprattutto lei, la narratrice,che ama profondamente l’uomo e ne è ricambiata ma egli è incapace di esserle fedele. Il bello è che lei possiede una “creaturalità” interiore, dostoevskijana, una pietas cristiano-orientale che considero, coi tempi che corrono, un vero dono del cielo. Tutto sopporta, tutto perdona, come dice san Paolo nel sublime passo sull’amore della lettera ai Corinzi. Ed essa, come una madre amorosa verso un figlio discolo, come Sonia che accompagna Raskolnikov ai lavori forzati in Siberia, accetta tutto di Slavek, sa che è fatto in modo che non troverà mai pace e riposo. Sicché quando, per merito degli sforzi eroici di lei, Slavek sembra rinsavito e sul punto di uscire dal tunnel dell’alcol – e invece fugge in Polonia con una nuova amante dando a lei una pugnalata mortale – la donna benché del tutto annichilita lo perdona ancora una volta e arriva a dire che lui fa così perché cerca sempre la “felicità”. E tanto basta.

Sono sicuro che con Sangue di cane siamo davanti ad una performance narrativa di notevole vigore poetico e stilistico, ad un romanzo “tutto scritto”, come dicevano i critici d’antan, sofferto e meditato in ogni pagina, riga per riga>.

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