La fierezza

Come si chiama quel tale, chiesi alla vecchina con le gambe rovinate dalle varici. Sedevamo al tempio. Come si chiama: Iano? Iano, curvato sull’ultima vertebra, la gobba da cammello, cianciava qualcosa, aveva smarrito il senso della fierezza, maledizione. La fierezza, scrissi sul moleskine, “è la spada sguainata nel frangente opportuno altrimenti è l’obiezione tirata in ballo quando proprio non te lo aspetti”. Ero abbastanza soddisfatta del risultato. La rubrica raccontava la città intestina, i suoi metauniversi frastagliati, i suoi piccoli inferni. La vecchia guardava davanti a sé il mondo che le apparteneva, quella vita rionale, azioni che sanno or ora di popolo. La vita vera sapete, odori forti, uomini che non paventano di esserlo, certi pescatori dalle mani rugose, esistono ancora, come no. Poi sussiste una specie di establishment borghese, allora mi saltano i nervi.

Al tempio scorrevano i giorni, innocui, riconoscevo i suoi abitanti, i gruppi di studenti si ricompattavano ad una tal ora, gli impiegati che sbrinavano dal frontespizio di una banca sembravano una mandria di favolosi caprioli, dal pelo rasato e in doppio petto. Va’ che compagnia sbarazzina, che leggerezza, che emancipazione. Ridevano e si scambiavano pacche sulle spalle, mostrando orologi di valore e scarpe comode con suola di cuoio.

(continua)

Advertisements