In exitu. In stazione centrale.

L’uomo dell’est non è in stazione. Noto il teatro degli Arcinboldi. Torno in centrale. Incontro Mario, è un omone. Mi stende la mano, sono Mario binario dodici forse quattordici. Ecco quel forse mi ha fatto commuovere. Sono all’altezza di piazza Andrea Doria. Mario sta con una polacca, so che è polacca, “Jak sie masz”, dobrze, taak, dobrze. E’ polacca, sì. Parla al cellulare. Dorme in stazione, non so dove. Non dorme con Mario. Quarantina d’anni, suvvia, portati benino, salvo tutto il resto, cioè l’alcol, la stazione, i cartoni. La morte di un immigrato l’ho appena letta sulle notizie meteo. Gli effetti del freddo, le gelate sulle campagne, un indiano che muore in un quartiere di Roma, muore assiderato, il lancio nelle news del meteo. Io sono a Milano però, all’altezza di piazza Andrea Doria. L’uomo dell’est che ha bisogno di cure è ovunque, non esiste. Penso alla segreta costernazione con cui ho fissato il teatro degli Arcinboldi. E’ tutto così tragico, certo. Il bresciano, il tossico, mi avvicina di nuovo, chiede d’accendere, mi dà una dritta. “Prova in mensa a San Francesco, domani”. Qui, mi urla dietro poi, inspiegabilmente, non moriremo mai mai mai. In che senso, di freddo, di fame?  Ci sono le navette dei volontari, le associazioni, io cerco un uomo e non lo trovo. E se per caso ascoltassi una frase lapidaria, lo stigma, la vergogna, qualcuno al di là dal cavo che sussurra “è un barbone”, non inorridirei. No, per niente.  Tutti gli anni si fa la conti dei morti assiderati, e tutti gli anni a legger i necrologi sui giornali, che poi son notizie, penso a Orhan Pamuk e al suo romanzo “Neve”. Scrive Pamuk che bastano tre minuti per scivolare nel sonno perenne. Morire di freddo, come un certo Miroslaw che morì dalle mie parti, una città del sud, sopra una pietra, una notte piena di stelle, nel mese di dicembre. Miroslaw Dobek, polacco, 58 anni, passaporto ancora nella giubba. Qualche giorno di troppo in dormitorio, nessuno che se lo venisse a prendere. Dunque il bresciano mi avverte di star tranquilla, la mattina c’è il Pane quotidiano, quell’uomo lì, dice il bresciano, va al Pane Quotidiano. Al Pane quotidiano distribuiscono alimenti. E’ un pellegrinaggio, avvilente, al contrario, è nobile invece. Il tossico chiede spicci, io mi faccio, dice. Sì certo, eroina anfetamine coca. Non bevo. Lascia perdere. Alcune ossessioni non ti mollano, fino alla fine, Christiane Felscherinow ad esempio, era un diario maledetto. E penso a Riboldi Gino, che era la pietà di Testori tutto sommato. In exitu. In stazione centrale.

tratto da Il fatto Quotidiano 27-12 -2012

 

Advertisements