Nella tessitura di un mistero – Poesie di Milo De Angelis

di Elio Grasso

La vita di Milo De Angelis è un mistero. Un mistero donato. Che sia stato il poeta da giovane, magro e febbrile, o quello maturo e ingigantito mentre percorre quasi di fretta – onnipresente borsa a tracolla – una strada di Milano, a rilasciare agli amici e agli estranei le sue poesie, non è ora dato sapere quale qualità di vita egli abbia assecondato per sé. Per sé una poetessa del valore di Giovanna Sicari, un figlio, e sei libri di poesia dal 1976 al 2005. Determinato dalla miriade di foglietti di varianti sparsi sul pavimento, o dalla creazione di un “canto”difficile”, con una carica propulsiva che non ha uguali nel nostro secondo Novecento, tranne forse che in quel Pavese che si annunciava nel lontano 1932 con i suoi primi versi pubblicati, I mari del Sud. Mistero legato ai passi sotto le tangenziali, specie di moderno Icaro terreno occupato a circondare Milano con i suoi versi, dando alle parole il significato di Oceano ostinato e onnipresente: “Nostra Signora degli insonni, / custodisci queste vene che furono marea, / voce spartita in assemblea e inchiostro, / polvere di una gioia colpita / ad altezza d’uomo…”. Nessun incaglio visibile, o se c’è stato, è rimasto nella tessitura di quel mistero. Perché le poesie di Milo sono come i quadri di Bacon, sembra che tutto sia deforme, incomprensibile, imprendibile, poi ci si accorge di colpo che tutto non può che essere così, proprio in quel modo, esatto, dato: “Noi portiamo alla terrestre / uno sposo, sempre nello stesso / cuore: con le ossa della / grande madre graffiata / nei campi di carbonella…”. E’ l’effetto Novecento che ci pervade e che non faremo più in tempo a sciogliere. Le nostre generazioni si sono legate a questa discesa per certi modi meravigliosa, come se la verità avesse una sola direzione. Una sfida che rimane, ma alla poesia non importa se la vita ha blocchi o slarghi, strade o sentieri. Tutto questo si può leggere oggi nell’opera di De Angelis, trent’anni di poesia e di obbedienza come se l’uomo non avesse avuto altro da perseguire. Eppure dell’altro c’è stato. Ecco il mistero. Nessuna “occasione” montaliana rilanciata, come scrive Affinati nella magnifica presentazione. Occorre una serie di “momenti giusti”, con una presenza continua, anche a costo di pagarla cara. Non è tanto il fuoco, o la febbre, quanto una calma assorta, che quasi possa confondersi con la pratica laconica della parola. E lì dentro, come in una conchiglia, il rumore della città diventa soffio degli dei. Dai greci ad appena ieri, quasi una deformazione magnetica dello spazio, non c’è fuga di tempo, il tempo è sempre lo stesso. Eppure talvolta la poesia di Milo sembra estranea all’epoca in cui appare. E non certo per le visioni “moderne” e sironiane della sua città. Non si tratta di appellarsi a ciò che il suo sguardo vede, nessuno si sognerebbe mai di stare al posto di Bacon poco prima che la densa pennellata posi sulla tela la figura di un uomo nudo, o di un Papa impazzito. Chi oserebbe pensare che sta copiando Velásquez? E chi potrebbe, anche con mezzi critici formidabili, asserire che Milo porti Celan tale e quale o “somigliante” sulla sua pagina? Poi c’è il furore, altra sostanza da cui farsi possedere, senza equivoci o come un destino che appare all’improvviso: “L’inizio ci assale. Volevamo capirlo / alla velocità dei morti, perdonare / le mani, quando urlano che nessuno / udrà il fruscio di queste biciclette / tra quindici anni o un rovescio di pioggia…”. Il furore per una memoria che asseconda la determinazione del padre e della madre, sia che Milo in quel momento preciso si senta padre o figlio. Determinazione a legare, a trascinare o peggio a ripararci dal mondo, contadino o cittadino. Sopravvivere dunque è questo camminare senza mai fermarsi, in mezzo a tutte quelle cose che sapevano di poter dire: “era tanto che ti aspettavamo”. Ecco come si può pensare che il mistero della propria vita Milo non l’abbia lasciato a sé, povero e trasandato, ma l’abbia per così dire vestito di tutte le possibilità che la sua lingua poetica ha prodotto: l’intero spiegamento delle poesie mostra oggi quella “svolta del respiro” avvenuta molti anni fa e mai tradita. Un soffio venuto dall’antichità per alimentare i falò che rischiarano e rigenerano, e per insegnare a protendere nel tempo il potere espressivo, precedendo quel che resta del fuoco. Leggendo il Libro di De Angelis, così come si può leggere il Libro di Montale (un altro poeta novecentesco allo stesso modo avvinghiato alla propria lingua, almeno fino agli anni della Bufera), si intende come la storia sia stata messa al mondo fin dall’inizio, senza che nulla venisse regalato. Pellegrinaggi e speranze, amori e ferite, donne e farmaci, vino e morte vengono dotati di senso e rafforzati nell’intreccio scandagliante e “scandaloso” della vicenda poetica, sapendo bene l’uomo-poeta – dal profondo mistero in cui si trovava – quel che voleva essere, e tenendo stretto il timone nella propria traversata: “… un secolo intero scorreva / nei suoi movimenti / perché era l’unicità. / Eppure qualcuno, già salvo, / sfidando i suicidi vicino al letto e le pastiglie / che cadono dalle mani / qualcuno sta dicendo: / l’isola sarà guardata nella sua bellezza / non importa se da noi o da altri.”

Elio Grasso è nato a Genova nel 1951. Poeta, critico. L’ultima raccolta pubblicata è E giorno si ostina (puntoacapo, 2012). Ha tradotto Four Quartets di T.S. Eliot (Palomar, 2000), The Sonnets di W. Shakespeare (Dell’amore, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (Ai poeti e altre poesie, Via del Vento, 2012). Scrive sulle riviste “Poesia”, “Pulp-libri”, “Steve”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e altre. E’ stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale e in francese da J.-B. Para

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