Monthly Archives: January 2013

non aspettatemi

Era San Valentino. Soltanto i ragazzini al tempio imitavano le pose degli innamorati. Ma chi ci crede, dicevo alla vecchia di via Dione, seduta accanto, che un po’ sonnecchiava un po’ pensava. Io credo che pensasse che era l’ora di congedarsi, da me dal mondo, e aveva cura di non urtarci entrambi, non sapeva come annunciarlo. Sulle dipartite scriverei un bel saggio intitolato magari “non aspettatemi”. Conosco meglio di ogni altro la materia, meglio di voi e dei conoscenti che stanno a giudicarmi o che non lo fanno. Allora annotai sul moleskine la mia straordinaria idea dell’amore: “Se uno ti ama non è perché sei buona, non è perché sei cattiva, è perché ti ama”. Non era un buon periodo, e al capo non piaceva tutto sommato certo slang, certo parlato insomma. Si scrive con decoro, rispettiamo la consecutio prima regola. Parlavo a me stessa, ero in gamba quando parlavo a me stessa. D’altronde aggiunsi – la vecchia forse sonnecchiava ancora – dico d’altronde che te ne fai d’un uomo dopo? Lo accompagni in bagno col giubbotto catarifrangente, indicandogli il water? E tanto si finisce tutti così. Scrissi sul moleskine: “Non c’è una ragione, per non credere all’amore, ma non siate più buoni o più cattivi”. Dovremmo avere l’animo di toglierci dai piedi prima, ecco tutto, prima della noia e tutto il resto. Sono stata punita perché non sapevo ascoltare, mi sembra che la reazione sia stata un tantino esagerata. Già, non sai ascoltare. Come se per essere amati occorra essere amorevoli. E’ ridicolo.

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il primo no

Pubblicare per strade nuove che in apparenza paiono impervie, è la mia cifra. Il no che ho guadagnato lo incassai che ero certa al contrario di un sì condiviso. E invece era un no. E i no furono tanti. E i libri amati nelle collane amate delle case editrici amate negli anni della giovinezza, come una costante, sempre, non avrebbero contenuto il mio nome. La promessa severa: non scriverò mai più. Ma il primo no lo ricordo con maggiore tenerezza, ho ricevuto la telefonata, ho risposto. Ho pianto come una sciocca, come quando da ragazzina scoprivo che quello che piaceva a me stava con un’altra, delusioni apocalittiche che durano il tempo di un battito di ciglia. Perché non sono piaciuta? Cos’è che non andava? Solite inutili domande. Con me c’è da stare certi, niente è come si prevede.

Tornano i grandi autori con Relaoded

Marco Drago è scrittore, autore radiofonico, copywriter, giornalista, ha lavorato per la musica, il teatro e la televisione. Conduce con Gaetano Cappa, su Radio 24, la trasmissione Chiedo Asilo Abc. Autore del romanzo “Zolle”, uscito nel 2005 per Feltrinelli. Nel 2012 esce il suo racconto e-book per la collana digitale Zoom, “La vita moderna è rumenta”. Ha fondato la rivista che è diventata un cult: “Maltese narrazioni”. Ha collaborato con Tuttolibri de La Stampa, La Repubblica, Il Mucchio Selvaggio e Rockerilla. Per Laurana Editore, cura la collana Relaoded.

di Marco Drago

La collana Relaoded intende fare una cosa molto semplice: andare a prendere dei romanzi o delle raccolte di racconti di scrittori italiani fuori commercio e renderli disponibili in formato e-book. Credo che l’idea sia così elementare da non aver bisogno di molte altre spiegazioni.
Ingenuamente ho creduto che l’avvento del libro elettronico avrebbe portato alla graduale digitalizzazione del grande catalogo dei piccoli e grandi editori, ma il processo sta diventando troppo graduale o, forse, non è ancora cominciato e mai comincerà.
Con un tempo di permanenza sugli scaffali che sta rasentando il ridicolo, molti titoli sono destinati a fare una breve apparizione e sparire per sempre. Qualche sorpresa la si può trovare cercando i libri online, anche vecchi titoli, ma a volte va bene a volte no, dipende da troppi fattori diversi. Che ne è, ad esempio, dei libri che erano stati pubblicati da editori che hanno cessato l’attività? E quei libri che non hanno un contratto che preveda anche la pubblicazione in e-book? Pur sapendo che a volte l’oblio è il miglior destino di certi libri, ne restano molti che invece vale la pena salvare. È il caso dei titoli che stiamo selezionando per la collana Relaoded, titoli di narrativa. Cominciamo con una versione aggiornata di un recente libro di Giulio Mozzi, una raccolta di racconti lirici di Dario Voltolini di metà anni ’90 e dell’esordio di Piersandro Pallavicini. Proseguiremo con un romanzo passato quasi inosservato ma eccezionalmente maturo come “I compagni del fuoco” di Ernesto Aloia, l’estroso “Pulci” di Luca Ragagnin, i racconti siciliani de “Le scarpe di Polifemo” di Roberto Alajmo, uscito nel ’98 per Feltrinelli, “Diario di bordo della rosa” il celebrato esordio di Flavio Santi e poi ancora Giacomo Sartori, Chiara Tozzi, Giuseppe Casa, Riccardo De Gennaro, Elio Paoloni, Marino Magliani…
Se le cose andranno bene, se avremo tanti lettori che scaricheranno i libri, tanto meglio, quello che è importante comunque è che una volta al mese aggiungeremo un libro alla lista e che in qualche anno ci saranno decine di questi libri a disposizione, per pochi euro, in qualsiasi momento. Crediamo che sia il modo giusto di trattare la letteratura adesso e nel prossimo futuro.

Molte persone mi chiedono incuriosite informazioni sui diritti e anche su questioni più tecniche, cerco di rispondere brevemente.
Innanzitutto bisogna parlare con gli autori prescelti e chiedere loro se sono interessati a far uscire per noi il loro libro introvabile. C’è chi dice subito sì, chi dice subito no e chi dice che ci penserà. Poi se l’autore dice sì, scatta l’indagine su eventuali casini con l’editore originario. La maggior parte delle volte gli autori sono ben contenti di NON fare uscire l’ebook con l’editore originario, ma c’è chi viene colpito da una crisi di coscienza e, prima di firmare il contratto con noi, telefona al vecchio editore (con cui magari non pubblica più dal 1999) e chiede “il permesso”. A quel punto succede spesso che l’editore originario, per quel che gli costa, offre un contrattino al vecchio autore dimenticato e quindi addio libro con noi. Ma a volte succede che l’editore dica: “Fate pure”. Poi c’è la questione dei file. Molti pensano che sia semplice arrivare a mettere le mani sul file.doc del romanzo che era uscito su carta. Qualche autore è particolarmente preciso e possiede ancora quel file, ma molti hanno la penultima versione, quella prima dell’ultimo giro di bozze, molti nemmeno quella. Allora si procede alla scansione del testo cartaceo, che allo stato dell’arte, è abbastanza fattibile e dà risultati soddisfacenti.

vi racconto tutto, mentendo

Una delle vecchie non era tornata al tempio. Murata, il congiunto stretto impediva che chiunque salisse a verificarne l’esistenza. Una vecchia magrissima e senza denti che se mi incontrava per strada mi sorrideva, che una volta salvai dalle foglie di oleandro, raccomandandomi: “Signora la prego, sono proprio pericolose, non le raccolga come fiori selvatici”. Ieri ho riflettuto su un fatto: ho coscientemente scelto di rendere pubblica  la mia privatezza. Però vorrei che non si dimenticasse che per raccontare la verità, spesso (cito di nuovo Dario Voltolini), in letteratura, bisogna mentire. Ed è più forte di me e vi racconto tutto, mentendo. Quando giorni fa la signor E. W. ha incalzato pesantemente la mia persona in questo blog, ho realizzato la ragione, ha letto Sangue di cane e erroneamente ha creduto che fosse del tutto lei la donna qui descritta: “L’intellettuale sposata al capitano di lungo corso, la vecchia di via Pasubio”. E invece lei ne era soltanto una piccola parte, lei era soltanto l’intellettuale che mi illuminò su Marek Hlasko. Non c’è un personaggio che ne riassuma uno reale, ma cento, mille. Non posso spiegare tutte le volte. Non deve diventare un cruccio. Ho deciso di rendere pubblico ogni dolore privato, la questione non mi gratifica, anzi, spesso mi disturba, ma è andata così. Capisco che ha un senso tutto ciò: capisco che si può edificare anche attraverso questo svelamento impudico, questo darsi in pasto che in fondo equivale alla mia persona, sempre propensa a condividere quel che non è opportuno. Nel darmi in pasto, oggi eviterei di spingermi oltre.

wstawac!

Abitavamo in una piccola casa, appena 40 metri quadri, con il giardino, una modesta pineta. Era gennaio, erano i giorni della merla. I pomeriggi, il canale satellitare trasmetteva i documentari prodotti dall’Istituto Luce, dedicati in prevalenza alla Shoa. Una notte sognai la lagerstrasse. Era calcata da una marcia spaventosa di donne perlopiù, ricordo un paio di trecce bionde, tagliate di netto, di colpo, un cumulo di bambole di ceramica, scarpe e non ricordo cosa altro ancora. Queste donne marciavano, interrogandomi con il loro procedere allampanato. I volti si mischiavano in un unico sguardo. Mi svegliai, sapendo di tornare da un luogo preciso. Ogni anno la Giornata della Memoria sarebbe stato Levi, con i suoi libri, e i documentari dell’Istituto Luce. Levi lo amai talmente, come Pavese (il manifesto del neorealismo), l’altro la letteratura dell’Olocausto, insuperabile, non perché altri testimoni abbiano raccontato meno, soltanto che Levi è lo spartiacque, a lui è riconducibile la memoria, finanche quella degli altri, per trovarne conferma, nelle parole del saggista del narratore del poeta che evoca. Wstawac! Fu l’esortazione che mi perseguitò a lungo, immaginavo in quel tempo disumano la voce rabbiosa tuonare di baracca in baracca. Il grigio, la neve, le luci fioche, l’Orchestra di cadaveri ancora sulla lagerstrasse. Wstawac! Sentivo finanche l’odore dolciastro, il lezzo dolciastro, che emanavano i camini. Credevo di saper riconoscere la puzza di un cadavere. Nedo Fiano, uno degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz, mi raccontava della malattia del campo, del dopo però, che colpì i sopravvissuti, i salvati sui sommersi, il niente che d’improvviso accusavano sulla vita, il niente che bruciava veleni silenziosi nello spirito dei sopravvissuti. Il niente. E diceva Nedo Fiano che pure quando nel sorriso, nella consuetudine, nella straordinaria normalità che gli fu concessa dopo Auschwitz, tornava a pensarsi uomo come gli altri, il male lo coglieva insidioso e allora era di nuovo l’haftling, numero A5405. Il suo racconto non tradì mai l’emozione. La smorfia sembrava un sorriso, ho capito dopo che la forma del male affiorava, come un esantema, imprevedibile eppure noiosa. Wstawac.

La storia di Habiba El Aschi, in arte Awatef

(tratto da Il Fatto Quotidiano 25 gennaio 2012)

Madame, s’il vous plait vous devez refaire les meme gestes que vous avez fais à l’instant? Il regista aveva fermato i motori, era corso da lei. Rifai tutto di nuovo, le raccomandò. Lo racconta Habiba El Aschi. Quel regista era Franco Zeffirelli. Era il 1976, il set era organizzato nella fiera e stentorea fortezza di Sousse, dentro il monastero, superata la porta di Ribat, Tunisia.  La scena era la Crocifissione di Gesù di Nazareth. Habiba aveva un ruolo muto, ma nel suo paese era una stella, era Awatef, nome d’arte che vuol dire “il sentimento”, prima regista donna per quegli anni, gli anni del presidente Habib Bourguiba.  Habiba  aveva già tradotto un paio di lavori di Sartre e riadattati per le scene, come “Nawal”, traduzione de “La prostituta rispettosa”, o Moliere de “Il malato immaginario”. Era bella, così bella, con strani occhi verdi quasi bianchi macchiati di piccole punte di spillo viola, che per la sua gente era la nuova Romy Schneider, per  i critici, alcuni registi, paragonata alla Loren o inquieta come Elizabeth Taylor. In Tunisia era tutto questo, Habiba nome d’arte Awatef, il sentimento. Poi ancora il grande cinema, va bene erano ruoli minimi, ma era il grande cinema, sul set di Toscanini nel 1988. Ancora Zeffirelli. Habiba vorrebbe rivederlo, dice che quando è arrivata in Italia quasi trent’anni fa pensava fosse facile, fosse l’unica strada, Zeffirelli debuttava a Catania, il marito italiano le impedì di uscir di casa, era geloso del suo passato, temeva le glorie lontane che non le appartenevano più. Habiba finì a vivere in un quartiere popolare di Siracusa e di quella vita di prima non rimase nulla. Habiba ha vissuto tutte le vite, oggi è una signora di mezza età, persino dimessa, ma quando scosta gli occhiali dal naso, per guardarti con cura e bonarietà, risplendono ancora i suoi occhi verdi quasi bianchi e riaffiorano malizie sepolte e la struggenza nascosta del talento, di un certo talento drammatico e la bellezza e la donna veemente  coraggiosa che incontrò  Yasser Arafat e Arafat le disse: Habiba, insieme fino alla pace”. E invece la pace le portò via il suo grande amore, profugo palestinese, negli anni dell’occupazione. Il suo amore si chiamava Rabie, che vuol dire primavera.  Morì al confine, Habiba vuole dimenticare, ricordare parlarne: perché? Quella vita non le appartiene. Così ha rinunciato a ogni cosa, alla passione per esempio. Quando incontrò il marito italiano, la vita le era già passata sopra con la violenza di un tank. Piangeva ancora la morte del suo Rabie, con il quale aveva lavorato, era un attore anche lui, portarono in scena una produzione tunisino-palestinese, nei primi anni ’80. Andarono in Giordania assieme,  tornarono in Tunisia, poteva vivere Rabie, forse non era tutto perso, ma Rabie era condannato a morte. Piangeva lui, ancora, quando incontrò il marito italiano. Finì in un quartiere popolare di Siracusa, le sta bene tutto promette oggi, lo amavo, dice, il marito italiano, come un padre, di Awatef, “il sentimento”, non rimanevano nemmeno i vestiti di scena o le melià degli abiti della tradizione. Meglio così. Tuttavia se Habiba pensa a quel ciack con Zeffirelli nel monastero di Sousse, Habiba piange. Finito tutto, gli amori (è vedova del marito italiano), i fasti, il teatro, gli abiti sontuosi, la vita di prima. E’ finito davvero tutto. Habiba è sola. Malata di cancro, ne è uscita fuori, ancora una volta sopravvissuta a mille vite. Ha scritto un libro di poesie, le hanno chiesto dei soldi per questo. Lei non ha esitato e ha pubblicato lo stesso il riassunto di mille vite, in pasto a tipografi di provincia. Vive in una casetta popolare, un piano terra, che dà sulla strada, e il giorno è caos e polvere. Habiba non si lamenta, non sono tanto sola dice. Rabie sparì inghiottito dalle frontiere, Rabie era la primavera. A Rabie scrisse, con parole strappate alla carne: “Que faire pur la traverser, c’est un adieu ou, chut, ne me juge pas, ne déplore pas”, maledetto quel muro, scriveva Habiba al suo Rabie, il profugo palestinese. Lei e Rabie erano in scena, si amarono pian piano senza accorgersene, era il 1984, la piéce  si intitolava “Eroismo e dono”, era profetica, lo fu. Nel suo quartiere popolare di Siracusa, Habiba ha dimenticato Awatef, la stella, “il sentimento”, oggi è lei la profuga tutto sommato, per una questione di nostalgia, lo chiamano sradicamento, è la malattia di taluni esuli che noi sappiamo immigrati. Un giorno incontrò un connazionale. Lui la riconobbe, Awatef, esultò, il connazionale aveva i brividi, Habiba tornò per un secondo sul palco dell’Opera Théâtre Municipal di Tunisi. Tunisi era piena di fermento, Habiba era giovane, era il postcolonialismo, era un’altra vita. Un jour a toi peut etre je reviendrais, scrisse per il suo Rabie: “Un giorno da te ritornerò” come le promise Arafat, nella sua dedica firmata con inchiostro rosso, insieme fino alla pace.

Habiba e Rabie

Habiba e il suo grande amore, Rabie, l’attore palestinese, condannato a morte.

Quando scrissi la mail a Giulio Mozzi

Quando scrissi la prima mail a Giulio Mozzi avevo la febbre ed ero esausta, sarà quello che ha funzionato, non saprei dire. Giulio Mozzi (spero mi perdonerà se torno a raccontare alcuni avvenimenti e lo faccio spesso) riceveva moltissimi manoscritti (credo sia tuttora così): immaginate il livello di saturazione, cioè io provo ad immaginare. Tuttavia quel giorno di giugno, era un pomeriggio, davanti al pc, guardavo lo schermo con un sacco di frustrazione e anche rabbia e non temevo altro che la mia inedia, non il silenzio casomai di Giulio, no. Mi sentivo vecchia e inconcludente (come ben mi ha ricordato di recente l’accanimento di un utente di questo blog). E vecchia tutto sommato è stata sempre la percezione che ho avuto di me, quel “è troppo tardi” ha contraddistinto ogni età, i vent’anni, i quindici, i trenta, era sempre troppo tardi per qualcosa. E quando scrissi a Giulio Mozzi, la condizione era la medesima. Ero vecchia. Avevo appena finito di leggere su commissione – voglio dire per lavoro – il romanzo di Matteo Maffucci (avete presente gli Zero Assoluto? Ecco il più carino dei due), edito da Rizzoli. Alla fine, tra le note biografiche, affiora il nome di Giulio che aveva curato un’antologia a cui l’autore aveva partecipato. Allora penso: vedi, ci riescono tutti a parlare con Giulio, a proporre le proprie cose, a farsi ascoltare, tu no. Proprio tutti: Matteo Maffucci non era “proprio tutti”. In ogni caso, ho scoperto poi che davvero Giulio Mozzi, compatibilmente con i limiti umani, tenta di ascoltare proprio tutti, perlomeno, leggere più o meno o pressapoco proprio tutti. Giulio Mozzi mi ha risposto, la storia è stata già raccontata tante volte. Perché allora tornare a parlarne? Perché non devo dimenticare mai (ed è un invito che estendo) che la vita premia l’onestà, il talento, l’ostinazione nelle buone intenzioni (l’ordine sceglietelo voi); che prima o poi le cose accadono, basta saper aspettare; che malgrado tutto non è mai troppo tardi; che ogni fatto ha un tempo fissato; che persino l’inconcludenza presunta ha una sua ragione e diventa eccellenza o virtù. Fino a prima di scrivere a Giulio Mozzi (ah, badate ci provai anni prima, a pensarci bene, episodio rimosso, non era il tempo, non era ancora arrivato, e infatti non ebbe seguito nulla), dicevo fino ad allora, ero convinta di estinguere il resto della vita nella medietà, in una specie di autismo sociale che mi aveva isolata completamente. Non sapevo chi ero, quanto valessi, cosa potevo fare ancora, dare ancora, perché dopotutto accanirmi tanto su una faccenda scivolosa e incerta come la scrittura. Non sapendo fare molto altro, avrei preferito pulire gabinetti pubblici o servire ai tavoli, piuttosto che morire dentro un ufficio (il massimo a cui poter aspirare). E tanto neanche quello sapevo fare. Però vedete quanto conta l’inconcludenza e quanto lontano essa conduca?