La voce della carne di Aglaja Veteranyi

♣Andare a capo♣

La rubrica  di Elio Grasso 

elio

Poeta, critico. L’ultima raccolta pubblicata è E giorno si ostina (puntoacapo, 2012). Ha tradotto Four Quartets di T.S. Eliot (Palomar, 2000), The Sonnets di W. Shakespeare (Dell’amore, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (Ai poeti e altre poesie, Via del Vento, 2012). Scrive sulle riviste “Poesia”, “Pulp-libri”, “Steve”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e altre. E’ stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale e in francese da J.-B. Para.


Figlia di gente circense fuggita dalla Romania, Aglaja Veteranyi imparò in Svizzera la lingua tedesca affrancandosi dall’analfabetismo per dedicarsi alla scrittura e al teatro. Della sua vita, del peregrinare, e delle sue opere poco si conosce in Italia, ma questo libretto (qualche anno fa Tufani pubblicò un altro titolo, Perché il bambino cuoce nella polenta) ripara un poco le cose: breve e intenso ripercorrere le tappe di una morte centellinata come fosse lavaggio del sangue, e un continuo tossire contro le trasformazioni della carne quando senza fretta si fa mangiare dall’esaurimento finale. La protagonista di questo “poema del cibo e dei corpi” prende a piene mani la vita circense trasportandola, con tutti suoi odori e alimenti, dentro la casa dove una donna combina le tappe verso il trapasso con il guardaroba del suo sapere. Molto più lungo il tempo da morti che da vivi, e intorno a questa frase la storia s’imbeve del sapore dolciastro e dell’odore su cui l’aria non può avere opinioni: questo scrive Veteranyi picchiando forte con immagini che presto diventano la voce della carne quando si disfa. Eppure non manca la tenerezza, nella descrizione dei cibi farmacologici e nelle terapie spesso inconsuete in cui ci si imbatte: dalla stanza privata alle scorribande europee, dove creature d’ogni tipo incantano i passanti, ogni genere di reliquia viene messa nell’elenco delle cose create per viaggiare accanto alla lingua che l’autrice riuscì a inventarsi. Cibi da mangiare e cibi carnali, violenze e tumefazioni dell’anima, andirivieni sprovvisti di  biglietto da viaggio ma grande determinazione nel creare le proprie strade. Tutto questo senza il minimo arrotondare il racconto, lasciando ai mondani l’adulazione. Qui la pasta è ben diversa, in bilico fra giovinezza sconfinata e putridume accudito come un dolce. Perché la zia amata o la madre vanno santificate anche nel loro disfarsi, forse soprattutto. Se le parole corrono il rischio d’essere dimenticate, Aglaja Veteranyi fin dai sedici anni con le sue riesce a trasformare il corso della vita, almeno fino a quel febbraio 2002 quando per propria mano, quarantenne, se la tolse.

Aglaja VeteranyiLo scaffale degli ultimi respiri(Keller editore)

Aglaja Veteranyi
Lo scaffale degli ultimi respiri
(Keller editore)

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2 thoughts on “La voce della carne di Aglaja Veteranyi

  1. Eleonora

    Una nota preziosa, intensa come le pagine di questo libro, frammenti che sono difficili da dimenticare. Ringraziamo davvero Elio Grasso e Veronica Tomassini per aver parlato e accolto in questo spazio “Lo scaffale degli ultimi respiri” di Aglaja Veteranyi. Buon inizio 2013 dalla redazione Keller.

  2. veronica tomassini Post author

    Grazie infinite a voi per averci seguito. La nota di Elio Grasso rende esattamente l’idea del dramma, dell’alienazione che ha reso il capolavoro letterario di Aglaja Veteranyi.

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