Massimo che si faceva di eroina

Tornavo a casa, in macchina. In radio davano certa musica degli anni ’80. Sai quei terrificanti déjà vù e mi ritrovo di botto nelle case di amianto, con Massimo. E Massimo si faceva di eroina, oltre le palizzate, nelle case di amianto, sopra il colle di eternit, emergeva dal trip, con un respiro fioco, un rantolo, il pugno stretto, la siringa sporca di sangue alzata come una spada sguainata. Poi aveva ancora il laccio stretto, la vena del collo la vedevo pulsare. Ansava lungo strade che erano isbe, canaloni di fogna, la Mazzarruna. Il secondo romanzo, dopo Sangue di cane (Laurana editore), racconta anche di Massimo, delle case di amianto, degli archi di periferia, dei tossici sopra motorette con la marmitta bucata e io sto lì ancora, dentro un paesaggio di cadaveri. Ma ero io ad averlo scelto, io io, nessun’altro. Forse lo avevo amato, Massimo, come si può a vent’anni, come si conviene ad un’età, e lui aveva provato a corrispondere, come aveva potuto, con i suoi scarni avambracci solcati da piste, col suo costato fragile e i tremori della rota. Massimo era oltre, sì, lo vedevo lì sul colle di lamiera, lanciava sassi verso il ruscello putrido, la pozza di fogna scorreva sotto casa, il suo palazzo falanstero. Niente a senso, scriveva un writer. Qualcuno doveva aggiungere la consonante aspirata, dannazione. Massimo avrebbe espiato. Io fumavo Marlboro e lo guardavo ammirata, seduta su una vecchia motoape. Un tizio spacciava del fumo ai ragazzini che aspettavano, erano tutti figli di ambulanti. Poi Massimo ti baciai, il tuo sapore era di metallo, era l’eroina. La nostra canzone era questa:

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