un tipo alla Califfo

Quando sono tornata al tempio, le vecchine esultarono. Che fine hai fatto, avanti, chiedetelo. Su. Volete sapere quante righe oggi? Coraggio, non abbiate timore. Sono centottanta righe, come sempre, c’est la vie. Le vecchine erano due e sorridevano con la bocca accartocciata. Dario era sparito. Dov’è, in neuropsichiatria domandai. Le due anziane mi guardavano fisso, come certe capre. Rovistai nella borsa, estrassi il moleskine. Basta di guardarmi, oh. Siracusa l’hanno beatificata co sta storia della luce, borbottai. Avevo ripreso a fumare. Hai da accendere, fumi? la vecchina si chiamava Concita disse no con le due guance tremule scosse da una parte e dall’altra. Presi la Marlboro e chiesi al posteggiatore pederasta, sfregò il fiammifero, roba da matti, ma il progresso, o sempre dobbiamo star qui a menar il can per l’aia. Eh, fece il pederasta. Sapete perché ho ripreso perché ho pensato alle case alveare a Massimo al marito mio. Ho aperto il moleskine e scrissi con nobiltà e concentrazione: “Erano gli uomini di una volta, distanti, fermi, dentro la vita, brutalmente semplici nel loro modo di affrontarla”. Poi realizzai che avrei voluto incontrare un tipo alla Califfo, maledetta noia.

(continua)

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