dovevo scegliere chi amare

Volevo spiegare alla signora Concita che quando sei partito, indossavo un Dior. Ogni abbandono ha un profumo, il mio era Dior.  Il pederasta fissava il passeggio per via con una specie di ghigno. La vecchina della via Dione scendeva or ora dal vicolo che sbucava oltre il labirinto del quartiere giudaico. Il poeta non vedevo più declamare i suoi versi, riconoscevo la sagoma, la kippah, il suo portamento dimesso, l’andatura stanca, afflitta. Avevo litigato con l’ebreo ecco tutto. Dovevo scegliere chi amare, io io io. Dovevo: senza obbligo morale o il dispiacere di sapermi avulsa comunque. L’ebreo non sentiva ragione, figlia adorata diceva accogliendomi con le sue braccia ossute e tremolanti. Via gli urlavo dietro. Non ti bastano i calci sui denti, amico? Quanti te ne occorrono ancora? Non mi dava retta, non la smetteva di raccoglierci, noi eravamo sterco, cosa te ne fai di noi. L’ebreo mi ha insegnato una parola, non è una parola è un fiore, giglio. Voi siete gigli. Noi i tuoi marrani, lo siamo e basta. Lascia perdere, chiosavo di solito, con volgarità. La volgarità è una sordità recondita, è una questione di viscere, di segrete ottusità. Ridevo, come una sciocca, come sempre.

(continua)

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