Un libro di talento senza struttura

 di Aurelio Grimaldi

Nel numero di ottobre di Stilos, Giulio Mozzi, racconta, nei suoi modi diretti e avvolgenti, la storia del romanzo Sangue di cane (Laurana editore) di Veronica Tomassini, giovane scrittrice siciliana (un’altra!). Il resoconto di Mozzi mi parve talmente convincente (“Altro materiale da romanzo”, direbbe Balzac) che ho dato una manata a tutti gli altri miei libri in pila da leggere e ho assaltato il libro della Tomassini. Vorrei anticipare il mio personalissimo parere: “Scrittrice certamente talentuosa, ma romanzo ad alti e bassi”. Da leggere? Assolutamente sì. Ma, soprattutto, da aspettarne con ansia la sua opera seconda, che deve essere, a mio avviso, ugualmente forte ma bisognosa di maggiore equilibrio e controllo. Giulio Mozzi ricorda le argomentazioni di tutti i rifiutatori del romanzo: “Ci vorrebbe più plot” (e io avrei detto: “Ci voleva più Struttura”); “È pretenzioso” (Sì: e allora?); “Ha una lingua impossibile” (No: ha una lingua consapevole, energicissima, anche se talvolta letteraria e non sempre controllata).
Insomma, complimenti a Mozzi e Veronica Tomassini per gli ostacoli superati, benvenuta l’autrice nell’arengo degli scrittori patentati e, prima di attendere la sua opera seconda, informazioni e personali obiezioni su questa opera prima. Racconta l’amore travolgente tra una ragazza dell’ordinaria borghesia siracusana e un polacco incontrato ai semafori. Ohibò! Ancora una storia di immigrazione/integrazione?! Ancora un storia di sesso bollente tra borghesuccia smaniosa e aitante sottoproletario del mondo? Sì. Ma, come sempre in questa rubrica si ripete, I promessi sposi sono partiti da una storia biutifulesca, ma lo stile lo ha reso un romanzo inarrivabile. Tomassini a volte vince, a volte perde, il suo duello con lo stile. Le prime pagine del romanzo sono trionfali. “Mizzica!”, pensai, “ma qui ci troviamo di fronte a una fuoriclasse!”. Ma questo ritmo travolgente viene solo in parte mantenuto: appare subito chiaro lo schema Lawrence di antica data: il sesso come esplosivo sconvolgente nella lotta di classe. La piccola borghesuccia siciliana si perde di desiderio infinito verso il bel polacco maledetto Slawek. Ma lo stile frammentato non è sempre controllato, e la Struttura è la ben nota “ad accumulazione”: di fatti, sensazioni, improperi, scopate, e, soprattutto, troppe tragiche morti. Affiora il Tremendismo: che le condizioni di vita dei poveri immigrati siano mostruose è certo e documentato, ma il continuo ricorrere a questi tragici episodi finisce per apparire, talvolta, più un’elencazione che un pietoso accesso di emozione o pietà.
Ma sempre ricompaiono i brani forti e riusciti! “Dopo l’amore, ti alzavi vigoroso, le spalle ampie squadrate, il petto in fuori, i pugni stretti, il mento su. La tua fierezza mi dava i brividi. Le gambe solide, il tuo incedere spavaldo, la tua spavalda malinconia”.
Nasce il piccolo Grzegorz e il padre Slawek viene rimpatriato a forza in Polonia, dove aveva lasciato casini giudiziari e umani inestricabili. Nero dovunque, dolore a tonnellate. Tomassini sceglie anche, coraggiosamente, la narrazione in seconda persona e il controllo risulta ancor più difficile. Ma questo romanzo gronda talento, e i brani da annotare tornano regolarmente.

tratto da Stilos 13 gennaio 2011

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