Leggendo un post di Giulio Mozzi

Leggendo un post di Giulio Mozzi sul suo blog (www.vibrisse.wordpress.com) – in cui enuncia una specie di decalogo sui motivi che lo avrebbero potuto indurre a smettere di scrivere o al contrario a insistere invece – ho riflettuto su quel che so già. Senza la mia tristezza non avrei scritto un accidenti. Cosa ho ancora da dire? Non saprei, se non sempre la medesima storia, raccontata ogni volta, come quel regista che gira sempre lo stesso film, io racconto il medesimo dolore, quindici anni di vita, assurda per certi versi, tanto che a volte mi chiedo: chi eri, cosa hai fatto, e adesso cosa farai chi sei. Un giorno di primavera incontrai un ebreo, un ritrattista di origini serbe, senza conoscermi così bene mi esortò: “Tu sai che il dolore è una dipendenza”. Ne dovevo uscire e non volevo, non volevo perché senza quel dolore ero niente, senza quel dolore le mie parole sarebbero restate al fondo, seppellite nell’abulia del mio spirito, simili a certi oscuri bastimenti, calati a picco silenziosamente, di cui nessuno abbia poi accertato l’esistenza. Sarebbero esistite mai quelle parole, sgorgate dal pianto, lo dico con molta enfasi, strappate dalla carne? Sarebbero esistite?

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