Mazzarruna

Da lontano si vedono le fabbriche. Mazzarrona  sorge a Nord Est di Siracusa, si scorgono calanchi e petroliere in mare oltre la costa, il terrapieno, i canaloni di fogna, la ferrovia. Le ciminiere fumano. Mazzarruna – in dialetto – potrebbe tradurre il manifesto di tutte le periferie. Chi ne ha pensato l’utilizzo forse era un tizio molto triste. Scorrono noiosamente le mostrine di certi deliri urbanistici, tutti falansteri,  o sono muraglie cinesi, come chiamano taluni quartieri di Konskie in Polonia, o in qualsiasi luogo ameno, concepito mi par di capire con una volontà uggiosa, con una segreta ragione che induce a tediare. A Mazzarruna  ho conosciuto Filippo u pazzu. Aveva preso un trip ed era andato fuori di testa. Però ogni tanto faceva discorsi lunghi e sensati. Sto con una tipa, si chiama Cetty, se smetto, ci sposiamo, diceva. La mattina andava al Sert, prendeva il suo flaconcino di metadone, e tornava nel deserto di case col tetto di lamiera. Quel folklore mi dava i brividi, sapeva di sedie spaiate, di cemento, noia, di pareti grezze. Salimmo una rampa buia, un orinatoio, soltanto piccoli oblò, da cui Filippo intercettava la luce o la velocità del treno che tentava tutte le solitudini, raccontando di progresso, di una vita che sfuggiva e riparava altrove. Dagli oblò Filippo scrutava i colori acidi e spesso finiva in overdose. Salimmo la rampa fino all’ultimo piano. Conobbi allora anche la madre. Aveva la pancia gonfia, è sempre incinta mi avvertì Filippo, oggi no però, sei fortunata. Era il fegato, sua madre beveva. Ci accomodammo in cucina, ogni oggetto era trapassato, le pareti erano fragili come terra, strane ombre giacevano agli angoli, tutto intorno una zaffata di stantio, di selvaggio, come certi animali o certe carogne. Era terribile. Nelle case di lamiera, che spiavo dall’alto, nella isba infuocata, soffiava spesso un vento insolente, d’estate la gente dei container ardeva come tizzoni nella pira, è il simun, implacabile mannaia che spira da sud est,  scotendo i paramenti di lamiera, metallo e gomme bruciate.

Filippo u pazzu mi indicò l’abbaino.  Reggeva, malgrado la vecchiezza e tutto l’universo trascurato in cui esisteva. Così Filippo si sistemava per benino e affrontava l’ennesimo viaggio, il beccuccio spezzato, l’acqua distillata, il laccio emostatico, tutto l’occorrente per partire. Mi confidava  i pochi ricordi, senza prestanza. La Mazzarruna non ha colori o ne ha troppo pochi. Filippo riconosceva il rosso, il colore del sangue che tirava su con la siringa per insulina o delle pareti dell’androne dove si bucava con i compagni, con le bacheche frantumate e le scritte oscene o veri capolavori firmati dai crew o dai writer sugli architravi. Il nero era il colore dell’overdose, il nero non è un colore. Il giallo, il viola erano le sfumature dei suoi viaggi acidi, le intermittenze febbricitanti dei raduni house, la vernice satura dei suoi ricoveri. Mazzarruna, non quella del restyling e del decoro, delle cooperative, del progressismo e dell’emancipazione cementizia tout court,  no, l’altra Mazzarruna, quella delle case alveare, dei falansteri, degli inferni di Dino Buzzati, quella sembra un cimitero. A Filippo u pazzu piacevano le canzoni di Eros Ramazzotti, quando cantava Adesso tu, negli anni ’80, Filippo era un ragazzino, fumava solo qualche spinello, non andava a scuola e sognava di fare il capo cantiere. Si faceva venire le lacrime agli occhi perché ci credeva all’amore: “Nato ai bordi di periferia/ dove i tram non vanno avanti più/ dove l’aria è popolare/” e giù le lacrime. Se smetto, Cetty mi sposa, mi aveva promesso. Sua madre voleva offrirmi il caffè, aprì lo sportello dell’armadietto e crollarono un paio di tazze, spaiate come le sedie. Il frigo era aperto, mentre il cassetto della ghiacciaia pendeva sinistramente, come una bandiera a lutto. Non aveva lo zucchero, si schermì con vergogna. Filippo apriva e chiudeva le palpebre con lentezza, era strafatto, forse rideva, un sorriso cattivo, di vergogna. Il suo universo puzzava maledettamente, ogni dettaglio nella sua esistenza, a Mazzarruna, non faceva buon odore. Colpa dei canaloni di fogna dove il cielo pieno di stelle si specchiava lo stesso, la notte. Quella sera in discoteca, non l’avrebbe preso mai il trip, soltanto che la madre non la smetteva di urlare e lui aveva la testa che scoppiava. E comunque Cetty non c’era, aveva un altro. Cetty era il suo treno, e non lo prese.

(Il fatto quotidiano 13 gennaio 2013)

Advertisements

One thought on “Mazzarruna

Comments are closed.