Per Giovanna Sicari

♣Andare a capo♣

 La rubrica di Elio Grasso 

elio

Poeta, critico. L’ultima raccolta pubblicata è E giorno si ostina (puntoacapo, 2012). Ha tradotto Four Quartets di T.S. Eliot (Palomar, 2000), The Sonnets di W. Shakespeare (Dell’amore, Barbès, 2012), una scelta delle poesie di E. Carnevali (Ai poeti e altre poesie, Via del Vento, 2012). Scrive sulle riviste “Poesia”, “Pulp-libri”, “Steve”, “Italian Poetry Review”, “Gradiva” e altre. E’ stato tradotto in inglese da E. Di Pasquale e in francese da J.-B. Para.

Nell’ultimo libro di Giovanna Sicari (Epoca immobile, uscito nella data della sua morte, il 2003) c’è un altro libro: l’amore scritto, solido e veritiero, della quarta sezione, dal titolo Il giorno fu pieno di lampi. Versi forti, dove la realtà che si tocca sono queste lettere al marito, al poeta Milo De Angelis. Qui assistiamo all’esperienza della lotta amorosa, di chi indossa sandali per sentire sotto di sé il terreno giusto: pare di vedere (“vedere” è il termine esatto) il fitto dialogo di una coppia di sposi che si fronteggiano, sia nel tocco sessuale sia nel fiato necessario alla vita: “Dirti ancora amore mio / perché è tutta la voce che lo chiede, / come lo chiede il cielo / e lo chiederà per noi ai santi alle eroine / lì in quella stanza abbiamo lasciato / la fine e l’inizio…” Sono ventiquattro poesie che ci inchiodano di fronte a una casa, proprio nel centro di città (Roma e Milano, ma emerge anche Genova) che appaiono e scompaiono come i quadri su un palco. Ma qui non c’è teatro, mai come in queste poesie la nostra Giovanna ha posto tutto quello che non ha perduto, che nemmeno la morte ha potuto sottrarle. E sottrarre a noi, che leggiamo: “… e ridere e sorridere insieme a quelle parole / rare che poi cadono / e poi ancora perdersi e lottare / con te pronto, insistente, senza indugi…” Lei cerca la difficoltà e il senso del dolore, ma è chiaro come certi momenti di tenerezza mai manchino lungo le pagine di Epoca immobile. Sono parole che oggi ci fermano alla luce, proprio nel momento in cui lei riusciva a sottrarle all’oblio, insistendo e rompendo gli indugi: “Il Natale cadeva a perpendicolo / in una gola affranta e affamata: / in tutto questo amore ti volevo come si vuole…” Diversi alberghi l’hanno vista passare, e in ognuno di essi quella parola, quel verbo, Giovanna non ha avuto paura di tirarli fuori, di lanciarli sul selciato, a fianco del traffico angosciante delle sue città. Prenestina, Monteverde (“… fuori tutto è fermo e pioviggina / ed è inverno, è inverno a Monteverde dietro i vetri / nulla fa male, soltanto sogno…”), ma anche certi luoghi milanesi sbrogliano l’intontimento generale a cui assistiamo giorno dopo giorno. Lei che spesso si espone risoluta nei versi con la voglia di svolgere un nodo, di strappare un blocco. Le ferite non hanno avuto potere, o se l’hanno avuto, è stato per riprendere da capo ogni volta il senso del mondo, anche quello di una fede indomita, mai succube di visioni mansuete: “Qualcosa sarà dentro la memoria: / culla e croce / a mano armata o a mani giunte / con il respiro dei perduti.” Ci sono furori, per niente astratti, sparsi in tutto il libro, e si capisce come la volontà di prendere un atto d’amore o un atto di presenza sia sempre accompagnata dal proprio mettersi in campo, nuda e pura, alfiere di una crudezza talvolta lancinante. Queste lettere di vita hanno la capacità di fondersi con l’anima pulsante e più profonda della poesia, quella che viene dalle lontane origini dell’uomo, non ancora distillata dalla modernità. Questo uno dei percorsi di Giovanna Sicari, che dagli esordi di Decisioni ad oggi, l’attraversamento delle “epoche” culturali ha saputo condurre con robusta mano, sapendo che Pasolini e Celan avrebbero potuto farla arrivare all’immutabilità. Così non è stato, ce ne siamo accorti leggendo Roma della vigilia, poemetto uscito quattro anni dopo Uno stadio del respiro, quest’ultimo libro forse il più “difficile” e difficoltoso nella sua scrittura sempre al limite di una battaglia o di un viaggio che avvicina alla fine del mondo. Ora le poesie di Roma della vigilia sono sparse, come per fecondare il terreno più importante, nell’interezza dell’ultimo libro. Con la loro celeste tenerezza viaggiante, dove il pudore talvolta si allenta perché traspaia un racconto vero, non eludibile: “Il sole ci colse impreparati al vagheggiamento / noi eravamo incolti e senza via d’uscita, della vita / consueta ricordavamo le mani dell’amore, era luglio, era colore / celeste la stanchezza…” Ci sono gli oggetti nelle poesie di Epoca immobile, e sono sempre per annunciare l’evento di una vita comune, e che sia impeto o commozione la forza che la spinge a raccontarne la sorte, Giovanna ci fa capire come niente sia perfetto per la nostra anima, sia il male sia il bene, sia la frenesia d’amore sia una quiete lontana dagli impulsi. Proprio qui sta il senso soprattutto interno del suo ultimo messaggio, e anche quando la pagina assume il tono della preghiera più schietta e “concorde” (la sezione Nudo e misero trionfi l’umano), non si disperde la luce che avvolge i corpi terreni di una Roma che fa la storia, nella salute e nella malattia, nell’esplosione del caos o nella languida e serale meraviglia. E’ quella città che viene trasportata in ogni luogo, e in ogni luogo si fa annusare dall’umanità che cola sangue, che talvolta si abbruttisce nel dolore. Che si tratti di “memoria”, di un farsi rapire dalle stagioni per ritornare all’adolescente bellezza fatta di rabbie e di destini incrociati, che si tratti dell’esperienza concretizzata dentro le mura carcerarie (a lungo Giovanna ha insegnato a Rebibbia, non mancando di coglierne la sostanza in certe sue prose), ogni poesia di questa raccolta non ha rassegnazione, ma custodisce le diverse stazioni di un’intera vita. Lungo il cammino di una famiglia, dal passato che incanta con presenze angeliche fino al presente fatto di fratture ma anche di crescite continue. La notte e il giorno sono fusi dentro i versi e i passi familiari, dal cumulo di anni al giovane figlio Daniele: “… ci sarà la nuova vita, il canto buio degli alberi santi, / né miseria, né carni, né questioni private…”

Giovanna Sicari nasce a Taranto nel 1954. Pubblica le sue prime poesie nel 1982 sulla rivista «Le Porte» , pubblicherà in seguito su "Alfabeta" "Linea d'ombra" e "Nuovi Argomenti". Nel 1986, pubblica sette libri di versi e tre di prosa, tra questi il volume "La moneta di Caronte". Insegnerà ai detenuti del carcere di Rebibbia, si ammala, morirà la notte tra il 30 e il 31 dicembre. E' stata la moglie amata di Milo De Angelis.

Giovanna Sicari nasce a Taranto nel 1954. Pubblica le sue prime poesie, nel 1982, sulla rivista “Le Porte”, pubblicherà in seguito su “Alfabeta”, “Linea d’ombra” e “Nuovi Argomenti”. Nel 1986, pubblica sette libri di versi e tre di prosa, tra questi il volume “La moneta di Caronte”. In quegli anni lavora come insegnante nel carcere di Rebibbia fino al 1997, anno in cui si ammalerà gravemente. Muore la notte tra il 30 e il 31 dicembre del 2003. E’ stata la moglie amata di Milo De Angelis.

 

Advertisements

6 thoughts on “Per Giovanna Sicari

  1. maria allo

    «Solo una scia d’amore vorrei cantare / quando non sono né donna / né carne, né volo, né acqua / quando non sono quella // e il nulla pietrifica in una condizione / d’inferno: sconforto di tutti i giorni / dove tutto e niente sono / la cosa cieca della cosa viva».
    Quando è annientata l’identità, solo l’amore per la poesia può colmare l’assenza,solo l’amore per l’uomo fatto di essenza e di calore, di intesa e di passione può materializzare le parole in potenti immagini visive.Solo l’amore è vita . Grazie

    Reply
  2. elio grasso

    ma quale annientamento dell’identità? giovanna è semplicemente morta di cancro, e fino a che è stata viva ha “fatto” poesia, non ha per niente coltivato un amore astratto per la poesia o altro – come pasolini è stata ben dentro l’opera e i giorni, carnalmente. e la sua identità, per chi l’ha seguita in vita (e non soltanto dopo, da morta, con i soliti stilemi del cordoglio), è stato esempio irriducibile di rigoglio e convinzione.

    Reply
  3. maria allo

    I versi di Giovanna Sicari arrivano al cuore di chi legge e di chi percepisce le verità in esse celate, ma il giudizio critico può e deve, quando ne sente l’opportunità, mettere tutto in discussione .Grazie

    Reply

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s