dopo il narcan chiedeva le sue marlboro

Da casa di Romina, spiavo la finestra di Mary. Le case di periferia erano i falansteri dove dimoravano uomini minori, interregno che induceva a pensieri mortali perlopiù: certe volte qualcuno volava giù dal balcone o si lanciava sotto il treno in corsa sui binari della vecchia ferrovia che inciampava come un patetico fermabue sui dossi dei canaloni di fogna. Romina era un’amica. Era tanto diversa da me, per questo ci capivamo subito. Era una che sapeva fare a botte, e nelle case col tetto di eternit le regole bisognava impararle; oggi detta così sembra un po’ uno slogan di un film di Marco Risi o del più truce desolato neorealismo. Romina mi difendeva dalla mia stolta gentilezza che usavo male. Non mi capiscono, obiettavo persino allora. Guardavo dalla stanza di Romina, al terzo piano del condominio, la finestra di Mary, con grandi tette. E la invidiavo. Usava l’eroina anche lei, e gli uomini con lei diventavano matti. Era andata in overdose, finì in ospedale e dopo il narcan, chiedeva alla madre china sul suo letto la trousse con gli ombretti e le marlboro. La sua vanità è stata la salvezza, era forte, quasi ferigna. Non so se fosse bella, non so di quale bellezza riferirvi, era eccessiva, circense per alcuni versi. Vestiva con colori accesi, aveva le gambe magrissime e il culo piatto, indossava un cerchietto rosa. Mary morì di cancro, anni dopo. Scriverò di lei un giorno, liberata dalla mia ossessione, che era lei, come Christiane, come gli underground, il Bahnhof Zoo, Atze, Detlef, David Bowie, la pioggia dell’AlexanderPlatz.

(continua)

Advertisements