Quando scrissi la mail a Giulio Mozzi

Quando scrissi la prima mail a Giulio Mozzi avevo la febbre ed ero esausta, sarà quello che ha funzionato, non saprei dire. Giulio Mozzi (spero mi perdonerà se torno a raccontare alcuni avvenimenti e lo faccio spesso) riceveva moltissimi manoscritti (credo sia tuttora così): immaginate il livello di saturazione, cioè io provo ad immaginare. Tuttavia quel giorno di giugno, era un pomeriggio, davanti al pc, guardavo lo schermo con un sacco di frustrazione e anche rabbia e non temevo altro che la mia inedia, non il silenzio casomai di Giulio, no. Mi sentivo vecchia e inconcludente (come ben mi ha ricordato di recente l’accanimento di un utente di questo blog). E vecchia tutto sommato è stata sempre la percezione che ho avuto di me, quel “è troppo tardi” ha contraddistinto ogni età, i vent’anni, i quindici, i trenta, era sempre troppo tardi per qualcosa. E quando scrissi a Giulio Mozzi, la condizione era la medesima. Ero vecchia. Avevo appena finito di leggere su commissione – voglio dire per lavoro – il romanzo di Matteo Maffucci (avete presente gli Zero Assoluto? Ecco il più carino dei due), edito da Rizzoli. Alla fine, tra le note biografiche, affiora il nome di Giulio che aveva curato un’antologia a cui l’autore aveva partecipato. Allora penso: vedi, ci riescono tutti a parlare con Giulio, a proporre le proprie cose, a farsi ascoltare, tu no. Proprio tutti: Matteo Maffucci non era “proprio tutti”. In ogni caso, ho scoperto poi che davvero Giulio Mozzi, compatibilmente con i limiti umani, tenta di ascoltare proprio tutti, perlomeno, leggere più o meno o pressapoco proprio tutti. Giulio Mozzi mi ha risposto, la storia è stata già raccontata tante volte. Perché allora tornare a parlarne? Perché non devo dimenticare mai (ed è un invito che estendo) che la vita premia l’onestà, il talento, l’ostinazione nelle buone intenzioni (l’ordine sceglietelo voi); che prima o poi le cose accadono, basta saper aspettare; che malgrado tutto non è mai troppo tardi; che ogni fatto ha un tempo fissato; che persino l’inconcludenza presunta ha una sua ragione e diventa eccellenza o virtù. Fino a prima di scrivere a Giulio Mozzi (ah, badate ci provai anni prima, a pensarci bene, episodio rimosso, non era il tempo, non era ancora arrivato, e infatti non ebbe seguito nulla), dicevo fino ad allora, ero convinta di estinguere il resto della vita nella medietà, in una specie di autismo sociale che mi aveva isolata completamente. Non sapevo chi ero, quanto valessi, cosa potevo fare ancora, dare ancora, perché dopotutto accanirmi tanto su una faccenda scivolosa e incerta come la scrittura. Non sapendo fare molto altro, avrei preferito pulire gabinetti pubblici o servire ai tavoli, piuttosto che morire dentro un ufficio (il massimo a cui poter aspirare). E tanto neanche quello sapevo fare. Però vedete quanto conta l’inconcludenza e quanto lontano essa conduca?

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10 thoughts on “Quando scrissi la mail a Giulio Mozzi

  1. silviadellemeraviglie

    …Già. E concordo sulla preferenza ai bagni pubblici rispetto all’ufficio… La vita spesso ti conduce, quando è il momento, là dove devi arrivare…

  2. Felice Muolo

    Meglio così. Mi era parso il contrario dai precendi post. Ma mi dia del tu:siamo amici di facebook.

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