La storia di Habiba El Aschi, in arte Awatef

(tratto da Il Fatto Quotidiano 25 gennaio 2012)

Madame, s’il vous plait vous devez refaire les meme gestes que vous avez fais à l’instant? Il regista aveva fermato i motori, era corso da lei. Rifai tutto di nuovo, le raccomandò. Lo racconta Habiba El Aschi. Quel regista era Franco Zeffirelli. Era il 1976, il set era organizzato nella fiera e stentorea fortezza di Sousse, dentro il monastero, superata la porta di Ribat, Tunisia.  La scena era la Crocifissione di Gesù di Nazareth. Habiba aveva un ruolo muto, ma nel suo paese era una stella, era Awatef, nome d’arte che vuol dire “il sentimento”, prima regista donna per quegli anni, gli anni del presidente Habib Bourguiba.  Habiba  aveva già tradotto un paio di lavori di Sartre e riadattati per le scene, come “Nawal”, traduzione de “La prostituta rispettosa”, o Moliere de “Il malato immaginario”. Era bella, così bella, con strani occhi verdi quasi bianchi macchiati di piccole punte di spillo viola, che per la sua gente era la nuova Romy Schneider, per  i critici, alcuni registi, paragonata alla Loren o inquieta come Elizabeth Taylor. In Tunisia era tutto questo, Habiba nome d’arte Awatef, il sentimento. Poi ancora il grande cinema, va bene erano ruoli minimi, ma era il grande cinema, sul set di Toscanini nel 1988. Ancora Zeffirelli. Habiba vorrebbe rivederlo, dice che quando è arrivata in Italia quasi trent’anni fa pensava fosse facile, fosse l’unica strada, Zeffirelli debuttava a Catania, il marito italiano le impedì di uscir di casa, era geloso del suo passato, temeva le glorie lontane che non le appartenevano più. Habiba finì a vivere in un quartiere popolare di Siracusa e di quella vita di prima non rimase nulla. Habiba ha vissuto tutte le vite, oggi è una signora di mezza età, persino dimessa, ma quando scosta gli occhiali dal naso, per guardarti con cura e bonarietà, risplendono ancora i suoi occhi verdi quasi bianchi e riaffiorano malizie sepolte e la struggenza nascosta del talento, di un certo talento drammatico e la bellezza e la donna veemente  coraggiosa che incontrò  Yasser Arafat e Arafat le disse: Habiba, insieme fino alla pace”. E invece la pace le portò via il suo grande amore, profugo palestinese, negli anni dell’occupazione. Il suo amore si chiamava Rabie, che vuol dire primavera.  Morì al confine, Habiba vuole dimenticare, ricordare parlarne: perché? Quella vita non le appartiene. Così ha rinunciato a ogni cosa, alla passione per esempio. Quando incontrò il marito italiano, la vita le era già passata sopra con la violenza di un tank. Piangeva ancora la morte del suo Rabie, con il quale aveva lavorato, era un attore anche lui, portarono in scena una produzione tunisino-palestinese, nei primi anni ’80. Andarono in Giordania assieme,  tornarono in Tunisia, poteva vivere Rabie, forse non era tutto perso, ma Rabie era condannato a morte. Piangeva lui, ancora, quando incontrò il marito italiano. Finì in un quartiere popolare di Siracusa, le sta bene tutto promette oggi, lo amavo, dice, il marito italiano, come un padre, di Awatef, “il sentimento”, non rimanevano nemmeno i vestiti di scena o le melià degli abiti della tradizione. Meglio così. Tuttavia se Habiba pensa a quel ciack con Zeffirelli nel monastero di Sousse, Habiba piange. Finito tutto, gli amori (è vedova del marito italiano), i fasti, il teatro, gli abiti sontuosi, la vita di prima. E’ finito davvero tutto. Habiba è sola. Malata di cancro, ne è uscita fuori, ancora una volta sopravvissuta a mille vite. Ha scritto un libro di poesie, le hanno chiesto dei soldi per questo. Lei non ha esitato e ha pubblicato lo stesso il riassunto di mille vite, in pasto a tipografi di provincia. Vive in una casetta popolare, un piano terra, che dà sulla strada, e il giorno è caos e polvere. Habiba non si lamenta, non sono tanto sola dice. Rabie sparì inghiottito dalle frontiere, Rabie era la primavera. A Rabie scrisse, con parole strappate alla carne: “Que faire pur la traverser, c’est un adieu ou, chut, ne me juge pas, ne déplore pas”, maledetto quel muro, scriveva Habiba al suo Rabie, il profugo palestinese. Lei e Rabie erano in scena, si amarono pian piano senza accorgersene, era il 1984, la piéce  si intitolava “Eroismo e dono”, era profetica, lo fu. Nel suo quartiere popolare di Siracusa, Habiba ha dimenticato Awatef, la stella, “il sentimento”, oggi è lei la profuga tutto sommato, per una questione di nostalgia, lo chiamano sradicamento, è la malattia di taluni esuli che noi sappiamo immigrati. Un giorno incontrò un connazionale. Lui la riconobbe, Awatef, esultò, il connazionale aveva i brividi, Habiba tornò per un secondo sul palco dell’Opera Théâtre Municipal di Tunisi. Tunisi era piena di fermento, Habiba era giovane, era il postcolonialismo, era un’altra vita. Un jour a toi peut etre je reviendrais, scrisse per il suo Rabie: “Un giorno da te ritornerò” come le promise Arafat, nella sua dedica firmata con inchiostro rosso, insieme fino alla pace.

Habiba e Rabie

Habiba e il suo grande amore, Rabie, l’attore palestinese, condannato a morte.

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