non aspettatemi

Era San Valentino. Soltanto i ragazzini al tempio imitavano le pose degli innamorati. Ma chi ci crede, dicevo alla vecchia di via Dione, seduta accanto, che un po’ sonnecchiava un po’ pensava. Io credo che pensasse che era l’ora di congedarsi, da me dal mondo, e aveva cura di non urtarci entrambi, non sapeva come annunciarlo. Sulle dipartite scriverei un bel saggio intitolato magari “non aspettatemi”. Conosco meglio di ogni altro la materia, meglio di voi e dei conoscenti che stanno a giudicarmi o che non lo fanno. Allora annotai sul moleskine la mia straordinaria idea dell’amore: “Se uno ti ama non è perché sei buona, non è perché sei cattiva, è perché ti ama”. Non era un buon periodo, e al capo non piaceva tutto sommato certo slang, certo parlato insomma. Si scrive con decoro, rispettiamo la consecutio prima regola. Parlavo a me stessa, ero in gamba quando parlavo a me stessa. D’altronde aggiunsi – la vecchia forse sonnecchiava ancora – dico d’altronde che te ne fai d’un uomo dopo? Lo accompagni in bagno col giubbotto catarifrangente, indicandogli il water? E tanto si finisce tutti così. Scrissi sul moleskine: “Non c’è una ragione, per non credere all’amore, ma non siate più buoni o più cattivi”. Dovremmo avere l’animo di toglierci dai piedi prima, ecco tutto, prima della noia e tutto il resto. Sono stata punita perché non sapevo ascoltare, mi sembra che la reazione sia stata un tantino esagerata. Già, non sai ascoltare. Come se per essere amati occorra essere amorevoli. E’ ridicolo.

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